mercoledì 29 maggio 2013

Qatar Power by
Pino Buongiorno
Panorama 23 maggio 2013

I fondi sovrani e il Qatar Power. I nuovi trend in Europa del Fondi del Medio Oriente e del Nord Africa. Qualche rischio.

http://news.panorama.it/esteri/fondi-sovrani-qatar-milano-petroldollari-hedge-fund

sabato 25 maggio 2013

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mercoledì 27 marzo 2013

GALLO FOR PREMIER



L'HUFFINGTON POST


RICEVI AGGIORNAMENTI DA PINO BUONGIORNO
 

Il nuovo premier? L'attuale presidente della Corte Costituzionale: Franco Gallo

Pubblicato: 27/03/2013 17:10

Ogni giorno una candidatura nuova. Ogni giorno un nome in campo per la futura guida del governo, che, in un modo o in un altro, dovrà comunque nascere da questo maledetto stallo politico. Provo anch'io ad azzardare una proposta basandomi esclusivamente sul curriculum e sul ruolo ricoperto dalla persona che avrei individuato. Se è vero che, alla fine, per uscire dall'impasse dei veti incrociati dei partiti, si andrà verso un «governo del Presidente» credo che il candidato ideale vada pescato nella Corte Costituzionale e, più precisamente, nel suo attuale presidente, il 36° della storia repubblicana, Franco Gallo, 76 anni, romano, eletto lo scorso 29 gennaio con 14 voti a favore e una scheda bianca (la sua).
Perché proprio Gallo? Perché l'illustre giurista assomma, a mio parere, tutte le caratteristiche che servono a chi dovrà traghettare l'Italia verso nuove elezioni. Intanto, come capo della Consulta, è di per sé la figura più istituzionale che ci sia. I presidenti dei due rami del Parlamento sono stati appena eletti e non hanno una sufficiente esperienza politica per gestire le emergenze che dovranno essere affrontate.
In quanto presidente della Corte Costituzionale, Franco Gallo è innanzitutto il più titolato a occuparsi della riforma elettorale, la prima e la più urgente questione dell'agenda del «governo del Presidente».
Ma c'è di più. Immersi come siamo nella crisi finanziaria e sociale più grave del dopoguerra, occorre anche una guida del governo che sappia gestire questo secondo punto dell'agenda politico-istituzionale. Terza emergenza: la tassazione che sta strangolando le famiglie e le imprese aggravando la recessione.
Gallo è considerato uno dei maggiori esperti italiani di fiscalità. Ha insegnato diritto tributario alla facoltà di giurisprudenza dell'università di Roma e alla Luiss. Ha anche diretto la scuola centrale tributaria "Ezio Vanoni". Proprio in virtù di queste sue competenze, nel maggio 1993, Carlo Azeglio Ciampi lo nominò ministro delle Finanze nel governo tecnico da lui presieduto e che durò fino al maggio 1994. In un solo anno di intenso lavoro, Gallo si fece apprezzare per aver varato la prima regolamentazione degli studi di settore e per aver adeguato la normativa fiscale italiana alla direttiva comunitaria sul bilancio. Non solo. Fu lui a detassare, sia pure parzialmente, la prima casa. Come ministro delle Finanze, è ricordato infine per essere stato l'artefice della semplificazione del modulo della dichiarazione dei redditi.
Dieci anni dopo, sempre Ciampi, all'epoca presidente della Repubblica e suo grande estimatore, lo nominò giudice della Consulta: era la prima volta per un esperto di diritto tributario. Dunque, Gallo è una figura istituzionale. Ha sufficienti doti politiche avendo fatto il ministro. Ed è un super-tecnico della fiscalità, con una caratteristica particolare: appartiene alla corrente liberal-solidarista in contrapposizione al pensiero neo-liberista. Vale la pena andarsi a rileggere il suo saggio più celebre: «Le ragioni del fisco, etica e giustizia nella tassazione».
Almeno nel campo fiscale- sostiene il presidente della Corte Costituzionale- il "pubblico" deve prevalere sul "privato", perché la scelta della ricchezza da tassare e dei diritti sociali da soddisfare non è la pura e semplice omologazione legislativa dei modelli e delle regole "private" del mercato, ma è il frutto di valutazioni esclusivamente politiche, che devono essere effettuate nel rispetto del principio della giustizia distributiva.

sabato 23 marzo 2013


DALLA CINA CON FURORE DIGITALE

Di Pino Buongiorno

Si lascia il traffico caotico di Pechino. Ci si libera dal soffocante smog della capitale. Dopo aver superato il Palazzo d’estate, ecco, 28 chilometri a nord-ovest, immerso nella quiete e nel profumo d’incenso del Parco della Fragranza un vasto edificio senza insegne. E’ qui che ha sede il Terzo dipartimento dell’Esercito popolare di liberazione.  Gli addetti militari stranieri lo definiscono nei loro dispacci il «Dragone digitale». In questo complesso con tante antenne satellitari ha avuto inizio la nuova guerra del terzo millennio, già teorizzata nel sesto secolo dallo stratega cinese Sun Tzu: «L’arte di combattere senza combattere».
Da qui vengono decisi e lanciati gli attacchi alle reti di computer di tutto il mondo. Il bersaglio principale sono gli Stati Uniti: nel 2012 il Pentagono è stato colpito 90 mila volte. Ma anche Giappone, India, Taiwan, Corea del sud e Germania sono finiti nel mirino delle spie cibernetiche, alla ricerca di segreti politici, economici e militari nascosti nei server più protetti dei governi e delle multinazionali.
Sono 30mila i super-tecnici al lavoro per conto del Terzo dipartimento, compresi quelli delle sedi distaccate di Shanghai, Hong Kong e Macao. Al comando c’è da due anni il maggiore generale Meng Xuezheng, che ha rimpiazzato il tenente generale Wu Guotha, licenziato per alcune operazioni informatiche non autorizzate.
Per il presidente Barack Obama il Dragone digitale è oggi la minaccia più grave alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti, ancor più del terrorismo di Al Qaeda. Dopo aver ricevuto, il 10 febbraio scorso, la nuova National Intelligence Estimate, compilata dalla comunità dei servizi segreti, Obama ha firmato una direttiva top secret che autorizza il generale Keith Alexander, il comandante dell’Us Cyber Command, ad «attuare tutte le misure preventive» per colpire i nemici che fabbricano software maliziosi e distruttivi. Il danno finanziario supera in America i 50 miliardi di dollari, secondo alcuni centri di ricerca. La National Intelligence Estimate identifica altri tre paesi (Russia, Israele e Francia), assai attivi nella guerra cibernetica, ma precisa anche che le loro attività di spionaggio informatico sono una minima parte rispetto all’aggressività dimostrata dalla Cina, fin da quando nel gennaio 2010 Google annunciò che il suo network era stato compromesso e che l’intrusione proveniva dalla Cina: in quel caso uno degli obiettivi era quello di ottenere gli indirizzi Gmail dei dissidenti e degli attivisti cinesi dei diritti umani. Poco dopo, anche il gigante dell’industria militare Lockheed Martin denunciò di essere stato attaccato dalla Cina. E, più recentemente, il «New York Times», il «Wall Street Journal» e il «Washington Post» hanno svelato che i loro computer sono stati violati da hacker che operavano in Cina, alla ricerca delle email di alcuni giornalisti che avevano rivelato le enormi ricchezze accumulate dalla famiglia del premier Wen Jiabao.
Puntuale, ogni volta, è arrivata la sdegnata smentita del governo di Pechino, che accusa «i nostalgici della guerra fredda l’ossessione di tirare in ballo sempre la Cina». E puntuale è la contro-smentita, avvalorata dalle società private di sicurezza elettronica, che stanno proliferando in America, tutte dedite a dar la caccia ai cyber-guerrieri.
Questo nuovo tipo di guerra è un fenomeno che interessa anche l’Italia, sebbene non siano venute allo scoperto vittime illustri, come in altri paesi. Reticenza o incapacità tecnologica degli apparati di difesa? «La minaccia è tuttora più che seria, forse addirittura l’unica davvero reale tra quelle provenienti dal cyber-spazio» dichiara a «Panorama» l’avvocato Stefano Mele, uno dei maggiori esperti, coordinatore dell’Osservatorio “Infowarfare e tecnologie emergenti” dell’Istituto di studi strategici Nicolò Machiavelli. «Deve essere fronteggiata anche da noi con maggiore metodo e rigore sia da un punto di vista strategico che giuridico e tecnico-informatico». I potenziali bersagli sono le sedi governative e le società che gestiscono le infrastrutture delle telecomunicazioni, dell’energia elettrica, dell’approvvigionamento idrico, dei trasporti e delle banche, ma soprattutto ad attirare gli hacker sono le aziende della difesa e quelle che operano in settori sensibili, come le nano-tecnologie e gli acciai speciali.
L’armata rossa informatica della Cina non si avvale solo di ingegneri con le stellette. Anzi, questi rappresentano una minima percentuale rispetto agli oltre 150 mila hacker in servizio permanente, secondo la stima fornita dall’Fbi. La linea di confine fra militari e civili è assai labile nella dittatura cinese anche perché molti di coloro che sono catalogati fra i civili provengono da facoltà di ingegneria informatica finanziate proprio dall’Esercito popolare. Prendiamo il caso dell’hacker più famoso, individuato di recente in un’operazione congiunta Usa-India. Si chiama Zhang Changhe e abita a Zhengzhou, una città di più di 8 milioni di abitanti, capitale della provincia di Henan. Dalle ricerche effettuate sui motori cinesi, Zhang, che non appartiene ai ranghi della Difesa, risulta però essere un docente dell’università di ingegneria informatica dell’Esercito popolare, uno dei principali centri dell’intelligence elettronica della Cina.
Un altro hacker assai attivo, in particolare contro il Dalai Lama, Gu Kaiyuan, si è laureato all’università di Sichuan, che riceve finanziamenti dalla commissione centrale militare. Poco distante, c’è un ufficio di sorveglianza elettronica dell’Esercito popolare. Un’altra università di élite che ha formato molti James Bond digitali è quella Jiaotong di Shanghai, 33mila studenti in competizione perenne con Stanford e Harvard nella cosiddetta “battaglia dei cervelli”.
In un pamphlet pubblicato in America da Scott Henderson, che ha lavorato per l’Us Army, intitolato «The Dark Visitor», c’è la radiografia più attendibile del variegato mondo degli hacker cinesi. Il primo movimento risale al 1997 e si denominava «l’esercito verde», 3 mila adepti che facevano irruzione nei computer avversari con virus e cavalli digitali di Troia solo per dimostrare la loro bravura. Lo guidava Gong Wei, meglio noto online con il nomignolo di Goodwell. All’«esercito verde» subentrò l’«alleanza degli hacker rossi», con fini più nazionalistici, nata per colpire principalmente Taiwan. Solo nel 2000 i pirati cinesi capirono che con le loro tecniche potevano anche far soldi vendendo i segreti commerciali ai migliori offerenti. E’ un po’ quello che fanno i criminali russi. Ma la vera svolta avvenne nel 2005 quando decine di migliaia di hacker, che nel frattempo avevano accumulato una buona dose di patriottismo, vennero cooptati dai militari e dai servizi di intelligence di Pechino, che li utilizzarono sia per lo spionaggio economico sia per scopi più politici. «La Cina punta al cyber-spazio per compensare la sua inferiorità nella guerra convenzionale» afferma Moustafa Mahmoud, presidente del Middle East Tiger Team, che ha identificato una ventina di gruppi di hacker, fra quelli più pericolosi.
Le stesse multinazionali americane hanno pensato di sfruttare l’abilità tecnologica di questi maghi dell’informatica e hanno cominciato ad assumere i migliori. Lo ha fatto, per esempio, la sede di Pechino dell’Ibm con Tao Wan, 41 anni, un veterano dell’«esercito verde» trasformato in un consulente del Tiger Team dell’azienda americana, che vende i servizi sulla «nuvola» alle società cinesi.
Non si conoscono invece i nomi degli hacker che hanno tradito la madrepatria cinese passando a lavorare per la segretissima National Security Agency americana, con sede a Fort Meade, l’alter ego del Dragone digitale. Ma sarebbero una ventina e sarebbero proprio loro oggi in prima linea a guidare le controffensive approvate da Obama contro i network e i server cinesi. E’ così che la prima guerra informatica si sta trasformando in una guerra civile.   


IL FUTURO RE SAUDITA

di Pino Buongiorno

Sembrava essere caduto definitivamente in disgrazia il principe Muqrin, 67 anni, quando, nel luglio 2012, fu estromesso dalla guida del potente Mukhabarat, il servizio segreto saudita. E invece, sei mesi dopo, per il più giovane dei 35 figli del fondatore dell’Arabia saudita è arrivata l’inattesa promozione a numero 3 della monarchia sunnita. Di fatto, già oggi, il principe Muqrin gestisce la complessa macchina governativa del colosso energetico mediorientale: re Abdullah, 89 anni, è stato sottoposto a diversi interventi chirurgici e il principe ereditario Salman, 77 anni, soffre di una grave forma di Alzheimer. Scegliendo il suo fratellastro e non uno dei tanti nipoti, il re ha optato per la stabilità piuttosto che per l’incerto passaggio di mano a favore della terza generazione di principi. Muqrin, assai stimato nelle capitali europee e graditissimo a Washington, è anche il più adatto a proseguire le riforme avviate dal re, essendo un liberal dal punto di vista sociale mentre è sempre stato un inflessibile crociato sia nella guerra al terrorismo di Al Qaeda sia nella contrapposizione all’Iran sciita, avviato sulla strada del nucleare militare. 

lunedì 5 aprile 2010

Bibi, rimasto solo contro tutti




È stata una cena pasquale tutta in famiglia a Beit Aghion, la residenza ufficiale del primo ministro d’Israele, a Gerusalemme. Per il «Seder» che dà inizio al Pessach, la Pasqua ebraica, la sera del 29 marzo, Benjamin Netanyahu non ha invitato quest’anno nessun soldato senza famiglia, ma ha voluto accanto a sé e alla moglie Sarah solo i parenti più stretti. Primo fra tutti il patriarca, il professor Benzion, che solo quattro giorni prima aveva compiuto 100 anni. Noto intellettuale della destra israeliana, storico revisionista del sionismo, papà Benzion è il consigliere principale di Benjamin, «Bibi», come lo chiama fin da bambino.

A un anno esatto dall’inizio del suo secondo mandato come premier israeliano (la prima volta fu dal giugno 1996 al maggio 1999), Benjamin Netanyahu, 60 anni, è alla prova della vita come leader politico. Solo una settimana prima delle festività pasquali, a Washington, è stato umiliato dal presidente Barack Obama, visibilmente infuriato per i reiterati annunci da parte del governo israeliano di volere costruire nuove abitazioni nella parte araba di Gerusalemme: il che blocca di fatto l’avvio dei negoziati indiretti con i palestinesi vanificando gli impegni internazionali presi dalla Casa Bianca con i leader arabi alleati. È la più grave crisi nei rapporti fra Stati Uniti e Israele, che porta di fatto all’isolamento dello stato ebraico, dal momento che anche l’Unione Europea si è schierata compatta con l’amministrazione americana. E questo accade nel momento in cui l’Iran e la sua bomba nucleare diventano sempre più una minaccia ineludibile.

In patria, proprio il giorno che ha dato l’avvio alla settimana pasquale, il quotidiano Ma’ariv ha pubblicato un sondaggio sul primo anno di governo di Netanyahu assai poco promettente. Il 53,2 per cento degli israeliani (contro il 41,2 per cento) non è soddisfatto della sua leadership. Se le elezioni si dovessero svolgere in questo momento, Kadima, il partito di centro guidato da Tzipi Livni, ora all’opposizione, avrebbe il maggior numero di seggi e il Likud, il partito di Netanyahu, ne perderebbe qualcuno. Ancora più disastroso il crollo dei laburisti di Ehud Barak, oggi alleati di governo. Risultato: sarebbe auspicabile una sola maggioranza con Livni dentro la coalizione e, per di più, nella posizione di dettare legge.

Ma il dato più preoccupante, dal punto di vista del premier, è un altro ancora. Sebbene lui e i suoi partner dell’estrema destra religiosa e nazionalista (Shas e Yisrael Beiteinu) continuino a battersi per l’unità di Gerusalemme, un’ampia fetta di opinione pubblica israeliana al contrario appoggia la proposta americana elaborata fin dai tempi di Bill Clinton: il 46,2 per cento (contro il 38,9) si proclama a favore della soluzione «due stati», uno israeliano e uno palestinese, che prevede il ritorno ai confini del 1967, con lo smantellamento delle colonie e la divisione di Gerusalemme.

«Figlio mio, l’unico tuo impegno deve essere quello di salvare il popolo ebraico, che io vedo a rischio come mai nella storia recente» è stato, quella sera, il consiglio di papà Benzion facendo riecheggiare le stesse parole pronunciate il giorno del suo centesimo anniversario. Per il primo ministro la scelta è proprio questa: arroccarsi sulle colonie rischiando l’emarginazione internazionale o preparare la difesa strategica contro l’Iran stringendo patti di ferro con il maggior numero di nazioni al mondo? Più semplicemente: sopravvivere come leader o passare alla storia come statista?

Sostiene il politologo americano Fareed Zakharia: «A Bibi piace paragonarsi a Winston Churchill per il suo monito al mondo sulla tempesta in arrivo. Ma lui dovrebbe ricordare che l’unica ossessione di Churchill alla fine degli anni Trenta era di rafforzare l’alleanza con gli Usa, a qualsiasi costo, concessione e compromesso».

La verità è che Netanyahu è finito in rotta di collisione con Obama non capendo che l’America è cambiata. E anche il resto del mondo. Ha scommesso su un presidente tutto impegnato sulle questioni di politica interna ed è sbarcato a Washington il giorno dopo la storica vittoria congressuale con l’approvazione della legge di riforma della sanità, che ha galvanizzato ancor più Obama. Ha pensato di fare affidamento ancora una volta sulla potente lobby ebraica dell’Aipac e non si è accorto della sua perdita progressiva di peso a favore di altre organizzazioni (J Street e Israel Policy Forum) più liberal e composte da giovani ebrei che vogliono la pace e non nuovi insediamenti. Ma soprattutto non ha creduto fino in fondo alla svolta impressa dalla Casa Bianca alla politica mediorientale.

Se solo Netanyahu avesse prestato attenzione alle parole pronunciate dal generale David Petraeus, il supremo comandante americano dei teatri di guerra più caldi (dall’Afghanistan al Medio Oriente), forse sarebbe stato meno baldanzoso, com’è nel suo carattere. Testimoniando alla commissione Forze armate di Washington, Petraeus ha sostenuto che il conflitto fra israeliani e palestinesi continua a fomentare sentimenti anti Usa, coltivati da Al Qaeda, Hezbollah, Hamas e Iran per complicare la vita innanzitutto ai soldati americani nella regione. Il governo guidato da Netanyahu, che non sblocca il negoziato con i palestinesi, diventa «una zavorra strategica» per l’interesse nazionale americano.

È una svolta, sì, che però va a fare il paio con un’altra svolta in Israele. Il presidente Shimon Peres lo ha ricordato poco prima dell’inizio della Pasqua ebraica partecipando al compleanno della figlia di Ytzhak Rabin, Dalia. «Tutti i governi israeliani, compresi quelli di Menachem Begin e di Yitzhak Shamir, hanno sempre accettato di non costruire nuove abitazioni nelle aree di Gerusalemme a maggioranza arabe. Potevano costruire solo in quelle ebraiche» ha detto Peres.

Ora la parola finale spetta a Netanyahu. Obama vuole un riscontro scritto (e non più solo verbale, perché non si fida) alle 10 richieste fatte e lo pretende entro pochi giorni. Il cosiddetto Forum dei sette (i ministri più importanti della coalizione di governo) è spaccato: almeno quattro sono per rispondere picche a Washington e ricordano tutti i giorni a Netanyahu quali potrebbero essere le conseguenze di un cedimento alla pressione internazionale su Gerusalemme: la rottura della coalizione e probabilmente la fine della leadership del Likud con Benny Begin pronto a soppiantarlo. Altri tre ministri sono meno intransigenti. In particolare Barak, pressato dal suo partito perché si ritiri dalla coalizione aprendo le porte a una nuova maggioranza con i moderati di Kadima.

Netanyahu è strattonato. C’è chi gli ricorda il suo passato di soldato coraggioso nei reparti speciali della famosa Sayeret Matcal. Chi invece punta a quello di diplomatico giovane e brillante a Washing ton. I suoi detrattori gli sbattono in faccia al contrario l’eccessiva emotività dimostrata da quando è entrato in politica e citano quell’impietoso giudizio di Ariel Sharon: «È un bambino viziato di Rehavia, nato con il cucchiaio d’argento in bocca», laddove per Rehavia si intende il quartiere chic di Gerusalemme dove Bibi ha sempre vissuto.

Quel che è certo è che, dopo avere tanto meditato, ponderato i pro e i contro, interpellato intelligence e militari, chiamato a raccolta i suoi fedelissimi, alla fine l’unico che ascolterà sarà sempre papà Benzion, convocato di nuovo a cena prima della fatidica risposta a Washington.

(ha collaborato Renato Coen da Gerusalemme)