lunedì 5 aprile 2010

Bibi, rimasto solo contro tutti




È stata una cena pasquale tutta in famiglia a Beit Aghion, la residenza ufficiale del primo ministro d’Israele, a Gerusalemme. Per il «Seder» che dà inizio al Pessach, la Pasqua ebraica, la sera del 29 marzo, Benjamin Netanyahu non ha invitato quest’anno nessun soldato senza famiglia, ma ha voluto accanto a sé e alla moglie Sarah solo i parenti più stretti. Primo fra tutti il patriarca, il professor Benzion, che solo quattro giorni prima aveva compiuto 100 anni. Noto intellettuale della destra israeliana, storico revisionista del sionismo, papà Benzion è il consigliere principale di Benjamin, «Bibi», come lo chiama fin da bambino.

A un anno esatto dall’inizio del suo secondo mandato come premier israeliano (la prima volta fu dal giugno 1996 al maggio 1999), Benjamin Netanyahu, 60 anni, è alla prova della vita come leader politico. Solo una settimana prima delle festività pasquali, a Washington, è stato umiliato dal presidente Barack Obama, visibilmente infuriato per i reiterati annunci da parte del governo israeliano di volere costruire nuove abitazioni nella parte araba di Gerusalemme: il che blocca di fatto l’avvio dei negoziati indiretti con i palestinesi vanificando gli impegni internazionali presi dalla Casa Bianca con i leader arabi alleati. È la più grave crisi nei rapporti fra Stati Uniti e Israele, che porta di fatto all’isolamento dello stato ebraico, dal momento che anche l’Unione Europea si è schierata compatta con l’amministrazione americana. E questo accade nel momento in cui l’Iran e la sua bomba nucleare diventano sempre più una minaccia ineludibile.

In patria, proprio il giorno che ha dato l’avvio alla settimana pasquale, il quotidiano Ma’ariv ha pubblicato un sondaggio sul primo anno di governo di Netanyahu assai poco promettente. Il 53,2 per cento degli israeliani (contro il 41,2 per cento) non è soddisfatto della sua leadership. Se le elezioni si dovessero svolgere in questo momento, Kadima, il partito di centro guidato da Tzipi Livni, ora all’opposizione, avrebbe il maggior numero di seggi e il Likud, il partito di Netanyahu, ne perderebbe qualcuno. Ancora più disastroso il crollo dei laburisti di Ehud Barak, oggi alleati di governo. Risultato: sarebbe auspicabile una sola maggioranza con Livni dentro la coalizione e, per di più, nella posizione di dettare legge.

Ma il dato più preoccupante, dal punto di vista del premier, è un altro ancora. Sebbene lui e i suoi partner dell’estrema destra religiosa e nazionalista (Shas e Yisrael Beiteinu) continuino a battersi per l’unità di Gerusalemme, un’ampia fetta di opinione pubblica israeliana al contrario appoggia la proposta americana elaborata fin dai tempi di Bill Clinton: il 46,2 per cento (contro il 38,9) si proclama a favore della soluzione «due stati», uno israeliano e uno palestinese, che prevede il ritorno ai confini del 1967, con lo smantellamento delle colonie e la divisione di Gerusalemme.

«Figlio mio, l’unico tuo impegno deve essere quello di salvare il popolo ebraico, che io vedo a rischio come mai nella storia recente» è stato, quella sera, il consiglio di papà Benzion facendo riecheggiare le stesse parole pronunciate il giorno del suo centesimo anniversario. Per il primo ministro la scelta è proprio questa: arroccarsi sulle colonie rischiando l’emarginazione internazionale o preparare la difesa strategica contro l’Iran stringendo patti di ferro con il maggior numero di nazioni al mondo? Più semplicemente: sopravvivere come leader o passare alla storia come statista?

Sostiene il politologo americano Fareed Zakharia: «A Bibi piace paragonarsi a Winston Churchill per il suo monito al mondo sulla tempesta in arrivo. Ma lui dovrebbe ricordare che l’unica ossessione di Churchill alla fine degli anni Trenta era di rafforzare l’alleanza con gli Usa, a qualsiasi costo, concessione e compromesso».

La verità è che Netanyahu è finito in rotta di collisione con Obama non capendo che l’America è cambiata. E anche il resto del mondo. Ha scommesso su un presidente tutto impegnato sulle questioni di politica interna ed è sbarcato a Washington il giorno dopo la storica vittoria congressuale con l’approvazione della legge di riforma della sanità, che ha galvanizzato ancor più Obama. Ha pensato di fare affidamento ancora una volta sulla potente lobby ebraica dell’Aipac e non si è accorto della sua perdita progressiva di peso a favore di altre organizzazioni (J Street e Israel Policy Forum) più liberal e composte da giovani ebrei che vogliono la pace e non nuovi insediamenti. Ma soprattutto non ha creduto fino in fondo alla svolta impressa dalla Casa Bianca alla politica mediorientale.

Se solo Netanyahu avesse prestato attenzione alle parole pronunciate dal generale David Petraeus, il supremo comandante americano dei teatri di guerra più caldi (dall’Afghanistan al Medio Oriente), forse sarebbe stato meno baldanzoso, com’è nel suo carattere. Testimoniando alla commissione Forze armate di Washington, Petraeus ha sostenuto che il conflitto fra israeliani e palestinesi continua a fomentare sentimenti anti Usa, coltivati da Al Qaeda, Hezbollah, Hamas e Iran per complicare la vita innanzitutto ai soldati americani nella regione. Il governo guidato da Netanyahu, che non sblocca il negoziato con i palestinesi, diventa «una zavorra strategica» per l’interesse nazionale americano.

È una svolta, sì, che però va a fare il paio con un’altra svolta in Israele. Il presidente Shimon Peres lo ha ricordato poco prima dell’inizio della Pasqua ebraica partecipando al compleanno della figlia di Ytzhak Rabin, Dalia. «Tutti i governi israeliani, compresi quelli di Menachem Begin e di Yitzhak Shamir, hanno sempre accettato di non costruire nuove abitazioni nelle aree di Gerusalemme a maggioranza arabe. Potevano costruire solo in quelle ebraiche» ha detto Peres.

Ora la parola finale spetta a Netanyahu. Obama vuole un riscontro scritto (e non più solo verbale, perché non si fida) alle 10 richieste fatte e lo pretende entro pochi giorni. Il cosiddetto Forum dei sette (i ministri più importanti della coalizione di governo) è spaccato: almeno quattro sono per rispondere picche a Washington e ricordano tutti i giorni a Netanyahu quali potrebbero essere le conseguenze di un cedimento alla pressione internazionale su Gerusalemme: la rottura della coalizione e probabilmente la fine della leadership del Likud con Benny Begin pronto a soppiantarlo. Altri tre ministri sono meno intransigenti. In particolare Barak, pressato dal suo partito perché si ritiri dalla coalizione aprendo le porte a una nuova maggioranza con i moderati di Kadima.

Netanyahu è strattonato. C’è chi gli ricorda il suo passato di soldato coraggioso nei reparti speciali della famosa Sayeret Matcal. Chi invece punta a quello di diplomatico giovane e brillante a Washing ton. I suoi detrattori gli sbattono in faccia al contrario l’eccessiva emotività dimostrata da quando è entrato in politica e citano quell’impietoso giudizio di Ariel Sharon: «È un bambino viziato di Rehavia, nato con il cucchiaio d’argento in bocca», laddove per Rehavia si intende il quartiere chic di Gerusalemme dove Bibi ha sempre vissuto.

Quel che è certo è che, dopo avere tanto meditato, ponderato i pro e i contro, interpellato intelligence e militari, chiamato a raccolta i suoi fedelissimi, alla fine l’unico che ascolterà sarà sempre papà Benzion, convocato di nuovo a cena prima della fatidica risposta a Washington.

(ha collaborato Renato Coen da Gerusalemme)

domenica 21 marzo 2010

Confessioni di uno 007 in Afghanistan

Anche Allah creò il mondo in sette giorni e sembrava tutto perfetto. In mano però gli era rimasto un pezzettino di terra. Lo buttò sul pianeta e nacque l’Afghanistan. Questa antica credenza, ripetuta in ogni colloquio dai vecchi afghani, non la dimenticherà mai. L’agente segreto italiano spedito a Kabul dopo l’11 settembre 2001 sapeva di essere sbarcato in un paese astruso, popolato da tante etnie diverse, da tribù gelosissime dei loro codici d’onore, da clan perennemente in guerra, da signori della droga che dominano l’economia reale.

Lì poteva sopravvivere o morire. Lui ce l’ha fatta («Anche grazie alla fortuna, che però» scriveva Ian Fleming «è serva, non padrona»). Due suoi commilitoni no: il sottufficiale Lorenzo D’Auria, ucciso in un agguato del 2007 nella provincia occidentale di Farah; e il numero due della cellula italiana a Kabul Pietro Antonio Colazzo, colpito da un commando di terroristi suicidi il 26 febbraio scorso. Morti in azione, come era successo a Baghdad, il 4 marzo 2005, a Nicola Calipari, l’ex funzionario di polizia diventato 007.

È nel nome di questi compagni d’armi che l’agente segreto ha deciso per la prima volta di raccontarsi e raccontare a Panorama cosa significhi vivere nell’ombra per tanti anni, nascondersi anche agli amici, diventare clandestino per la propria famiglia, operare in teatri di guerra asimmetrica, ben diversi da quelli studiati sui manuali delle forze armate. Una sola condizione, ovvia: nessun nome.

Per il resto è una lunga narrazione, sviluppatasi in due lunghi pomeriggi, in cui viene fuori una figura che non è quella di James Bond né di Verloc, L’agente segreto di Joseph Conrad, l’anonimo che si riscatta e risorge come sovversivo ed eroe. Piuttosto quest’uomo fa venire alla menteGeorge Smiley, il personaggio ideato da John Le Carré, un borghese medio e freddo, che deve rendere conto di ciò che fa solo alla «ditta», come è abituato a chiamare l’organizzazione di appartenenza, ieri il Sismi, oggi l’Aise, l’Agenzia informazioni e sicurezza esterna.

«Non viaggiamo in Aston Martin né beviamo Martini shakerato, non mescolato. Non siamo nemmeno dei Rambo. Quello che conta è la testa» spiega l’agente. In sintesi, «il mestiere di spia è molto simile a quello dell’attore. Devi saper recitare più parti aggiornandole in continuazione per adattarsi ai vari ruoli. Anche il termine doppiogiochista è perciò limitativo».

All’inizio la prima regola imposta è la riservatezza. «Per un anno e mezzo non dissi nulla a mia moglie di essere stato assunto dai servizi segreti. Fui costretto ad allontanare pian piano anche gli amici più cari. Il nuovo stipendio, che era migliorato, lo giustificai con le missioni extra che dovevo svolgere per conto del mio reparto militare. Poi, giocoforza, dovetti confidarmi con mia moglie: scomparivo per lunghi periodi e non mi facevo mai vivo.

Mio figlio, che all’epoca era piccolo, non lo ha mai saputo fin quando sono partito per l’Afghanistan. Da lì mi tenevo in contatto con la famiglia in un modo molto semplice e abbastanza comune: parlavo tramite Skype, il software gratuito via internet».

Prima infiltrato oltrecortina, poi, dopo la caduta del Muro di Berlino, operativo nei Balcani, infine in Afghanistan, dopo gli attacchi terroristici alle Torri gemelle e al Pentagono. «Ai tempi della guerra fredda sapevi chi era il nemico e la componente militare contava tantissimo. Successivamente abbiamo vissuto una fase di transizione e di assestamento fino agli attentati organizzati da Osama Bin Laden e dalla sua Al Qaeda. Il nemico è diventato sempre meno identificabile. L’intelligence si è arricchita di altre componenti: l’economia, l’informatica, il sociale. Anch’io mi sono dovuto adeguare alla globalizzazione».

Prima di atterrare a Kabul lo 007 italiano passò un lungo periodo a studiare. Lesse libri di storia, romanzi ambientati in Asia centrale, saggi sul Grande gioco sviluppato fin dai tempi dell’Impero britannico in lotta con quello zarista per l’egemonia nell’area, rapporti diplomatici e dei servizi segreti sui talebani, sulla holding terroristica di Bin Laden e sui vecchi alleati mujaheddin.

A differenza di Colazzo, laureato in lingue all’Istituto orientale di Napoli, che conosceva il dari, il dialetto persiano in uso a Kabul e nel settore occidentale, ai confini con l’Iran, il suo collega proveniente dalle forze armate parlava solo inglese. «Sono stato costretto a imparare anch’io il dari di tutti i giorni poco alla volta, anche se spesso mi facevo accompagnare dall’interprete di fiducia. Sono entrato all’aeroporto di Kabul con il mio vero nome anche se avevo la copertura diplomatica e risultavo in servizio all’ambasciata italiana. Per la verità ci stavo poco. Uscivo spesso. La vita della spia all’estero è soprattutto fatta di relazioni. Devi essere un po’ puttana e parlare con tutti. In questo gioco però non ci sono amici. Anche con i servizi alleati puoi condividere le informazioni, se necessario, ma quello che conta è l’interesse nazionale e ciascuno bada bene a salvaguardare il suo».

La prima necessità è stata trovare un alloggio, magari piccolo ma sicuro, poco arredato, tanto si doveva abbandonare in tutta fretta per un contrattempo qualsiasi. «La solitudine non la soffri perché sei adrenalinico 24 ore al giorno. Non nel senso che non dormi, ma a qualunque ora del giorno e della notte ti possono chiamare il direttore da Roma oppure i tuoi informatori per annunciarti che è imminente un botto. Non hai molto tempo per pensare a te stesso. L’unica precauzione è quella di non diventare paranoico, perché altrimenti sbagli e rischi la pelle. Dopo la casa, l’altra esigenza immediata è stata la macchina, per lo più anonima, anche se mi servivo spesso del suv blindato quando mi muovevo fuori Kabul. Ho usato pochissimo i taxi perché sapevo quanto infidi fossero i conducenti. Non vestivo mai all’afghana, come pure faceva qualche mio collega straniero, perché tanto i locali ti riconoscevano lo stesso e facevano di tutto per fregarti, se pensavi di prenderli in giro con i travestimenti. Quanto alla pistola, beh sì, l’avevo, e non solo quella. Tante volte però preferivo andare ai miei incontri disarmato: la pistola poteva sembrare una provocazione e poteva anche farmi riconoscere. Non ho mai ammazzato nessuno. Per fortuna, devo aggiungere, anche perché non mi sono mai trovato nella condizione di doverlo fare, com’è purtroppo capitato ad altri agenti sotto copertura. La licenza di uccidere è un altro mito da sfatare. Vale forse per i colleghi del Mossad e della Cia, ma in Israele e in America le leggi sono diverse».

La direttiva ricevuta era una sola: proteggere innanzitutto il contingente militare italiano, ma anche l’ambasciata, gli uomini e le donne della cooperazione del ministero degli Esteri e delle organizzazioni non governative e anche i giornalisti inviati in Afghanistan. Una rete tanto più efficiente se è «invisibile e impercettibile», chiarisce l’agente in Afghanistan, che ricorda in particolare il lavoro svolto nella primavera-estate del 2003 a Khost, nella regione sud-orientale, quella a più alto rischio per la presenza congiunta di talebani, uomini di Al Qaeda e criminali.

«Ci andai diversi mesi prima che arrivassero gli alpini e i paracadutisti. Qui tutti sparavano. Dovevo parlare con i referenti locali, non solo la polizia e le autorità politiche, ma anche i capiclan più influenti. Il mio compito fu facilitato dal contemporaneo arrivo della cooperazione civile con i progetti di ricostruzione e i camion pieni di viveri, medicinali e materiali edili. Questo ha cambiato la situazione e i locali hanno potuto constatare di persona la nostra buona volontà. Ecco perché non c’è stato nemmeno un morto. Abbiamo subito solo un mezzo attentato. Ce l’abbiamo fatta per due ragioni: la prima è perché conoscevamo il territorio, la seconda è perché abbiamo conquistato i cuori, le menti e anche le pance».
Già, l’accusa che fanno all’estero al contingente italiano è che paga sempre fior di dollari. «I soldi certamente servono, soprattutto per gli informatori che ti allertano sui nemici. Ma non sono tutto da quelle parti. Spesso, anzi il più delle volte, contano altre cose: i ricoveri in ospedale, le medicine di tutti i tipi, gli interventi dei richiestissimi dottori italiani, qualche regalo particolarmente gradito. È una conquista, per prosciugare l’acqua agli squali terroristici, che devi fare giorno dopo giorno, con molta pazienza. Sapesse quanti tè ho bevuto seduto per terra con gli anziani delle tribù».

Rimane la questione-chiave: dopo tanto lavoro non c’è un po’ di frustrazione per come rischiano di precipitare le cose in Afghanistan? «L’importante non è vincere, ma non perdere. Tutti, dai britannici in poi, sono entrati facilmente in quel paese. È uscirne che è difficile. Ecco perché dico che l’impegno occidentale oggi deve essere quello di trovare un modo per venirne fuori senza essere umiliati, come è successo ai sovietici. La strada da battere, a mio modesto parere, non è quella dei soldati, che pure servono per garantire la sicurezza. È quella del consenso della popolazione. E questo lo fai con l’intelligence, con la cooperazione economica e con la ricostruzione».
L’immagine indelebile di quei bambini di 2-3 anni, a piedi nudi sulla neve a Kabul, ricorda ogni giorno all’agente segreto italiano quanto sia complicato e nello stesso tempo struggente l’Afghanistan, creato per caso da Allah.