Anche Allah creò il mondo in sette giorni e sembrava tutto perfetto. In mano però gli era rimasto un pezzettino di terra. Lo buttò sul pianeta e nacque l’Afghanistan. Questa antica credenza, ripetuta in ogni colloquio dai vecchi afghani, non la dimenticherà mai. L’agente segreto italiano spedito a Kabul dopo l’11 settembre 2001 sapeva di essere sbarcato in un paese astruso, popolato da tante etnie diverse, da tribù gelosissime dei loro codici d’onore, da clan perennemente in guerra, da signori della droga che dominano l’economia reale.
Lì poteva sopravvivere o morire. Lui ce l’ha fatta («Anche grazie alla fortuna, che però» scriveva Ian Fleming «è serva, non padrona»). Due suoi commilitoni no: il sottufficiale Lorenzo D’Auria, ucciso in un agguato del 2007 nella provincia occidentale di Farah; e il numero due della cellula italiana a Kabul Pietro Antonio Colazzo, colpito da un commando di terroristi suicidi il 26 febbraio scorso. Morti in azione, come era successo a Baghdad, il 4 marzo 2005, a Nicola Calipari, l’ex funzionario di polizia diventato 007.
È nel nome di questi compagni d’armi che l’agente segreto ha deciso per la prima volta di raccontarsi e raccontare a Panorama cosa significhi vivere nell’ombra per tanti anni, nascondersi anche agli amici, diventare clandestino per la propria famiglia, operare in teatri di guerra asimmetrica, ben diversi da quelli studiati sui manuali delle forze armate. Una sola condizione, ovvia: nessun nome.
Per il resto è una lunga narrazione, sviluppatasi in due lunghi pomeriggi, in cui viene fuori una figura che non è quella di James Bond né di Verloc, L’agente segreto di Joseph Conrad, l’anonimo che si riscatta e risorge come sovversivo ed eroe. Piuttosto quest’uomo fa venire alla menteGeorge Smiley, il personaggio ideato da John Le Carré, un borghese medio e freddo, che deve rendere conto di ciò che fa solo alla «ditta», come è abituato a chiamare l’organizzazione di appartenenza, ieri il Sismi, oggi l’Aise, l’Agenzia informazioni e sicurezza esterna.
«Non viaggiamo in Aston Martin né beviamo Martini shakerato, non mescolato. Non siamo nemmeno dei Rambo. Quello che conta è la testa» spiega l’agente. In sintesi, «il mestiere di spia è molto simile a quello dell’attore. Devi saper recitare più parti aggiornandole in continuazione per adattarsi ai vari ruoli. Anche il termine doppiogiochista è perciò limitativo».
All’inizio la prima regola imposta è la riservatezza. «Per un anno e mezzo non dissi nulla a mia moglie di essere stato assunto dai servizi segreti. Fui costretto ad allontanare pian piano anche gli amici più cari. Il nuovo stipendio, che era migliorato, lo giustificai con le missioni extra che dovevo svolgere per conto del mio reparto militare. Poi, giocoforza, dovetti confidarmi con mia moglie: scomparivo per lunghi periodi e non mi facevo mai vivo.
Mio figlio, che all’epoca era piccolo, non lo ha mai saputo fin quando sono partito per l’Afghanistan. Da lì mi tenevo in contatto con la famiglia in un modo molto semplice e abbastanza comune: parlavo tramite Skype, il software gratuito via internet».
Prima infiltrato oltrecortina, poi, dopo la caduta del Muro di Berlino, operativo nei Balcani, infine in Afghanistan, dopo gli attacchi terroristici alle Torri gemelle e al Pentagono. «Ai tempi della guerra fredda sapevi chi era il nemico e la componente militare contava tantissimo. Successivamente abbiamo vissuto una fase di transizione e di assestamento fino agli attentati organizzati da Osama Bin Laden e dalla sua Al Qaeda. Il nemico è diventato sempre meno identificabile. L’intelligence si è arricchita di altre componenti: l’economia, l’informatica, il sociale. Anch’io mi sono dovuto adeguare alla globalizzazione».
Prima di atterrare a Kabul lo 007 italiano passò un lungo periodo a studiare. Lesse libri di storia, romanzi ambientati in Asia centrale, saggi sul Grande gioco sviluppato fin dai tempi dell’Impero britannico in lotta con quello zarista per l’egemonia nell’area, rapporti diplomatici e dei servizi segreti sui talebani, sulla holding terroristica di Bin Laden e sui vecchi alleati mujaheddin.
A differenza di Colazzo, laureato in lingue all’Istituto orientale di Napoli, che conosceva il dari, il dialetto persiano in uso a Kabul e nel settore occidentale, ai confini con l’Iran, il suo collega proveniente dalle forze armate parlava solo inglese. «Sono stato costretto a imparare anch’io il dari di tutti i giorni poco alla volta, anche se spesso mi facevo accompagnare dall’interprete di fiducia. Sono entrato all’aeroporto di Kabul con il mio vero nome anche se avevo la copertura diplomatica e risultavo in servizio all’ambasciata italiana. Per la verità ci stavo poco. Uscivo spesso. La vita della spia all’estero è soprattutto fatta di relazioni. Devi essere un po’ puttana e parlare con tutti. In questo gioco però non ci sono amici. Anche con i servizi alleati puoi condividere le informazioni, se necessario, ma quello che conta è l’interesse nazionale e ciascuno bada bene a salvaguardare il suo».
La prima necessità è stata trovare un alloggio, magari piccolo ma sicuro, poco arredato, tanto si doveva abbandonare in tutta fretta per un contrattempo qualsiasi. «La solitudine non la soffri perché sei adrenalinico 24 ore al giorno. Non nel senso che non dormi, ma a qualunque ora del giorno e della notte ti possono chiamare il direttore da Roma oppure i tuoi informatori per annunciarti che è imminente un botto. Non hai molto tempo per pensare a te stesso. L’unica precauzione è quella di non diventare paranoico, perché altrimenti sbagli e rischi la pelle. Dopo la casa, l’altra esigenza immediata è stata la macchina, per lo più anonima, anche se mi servivo spesso del suv blindato quando mi muovevo fuori Kabul. Ho usato pochissimo i taxi perché sapevo quanto infidi fossero i conducenti. Non vestivo mai all’afghana, come pure faceva qualche mio collega straniero, perché tanto i locali ti riconoscevano lo stesso e facevano di tutto per fregarti, se pensavi di prenderli in giro con i travestimenti. Quanto alla pistola, beh sì, l’avevo, e non solo quella. Tante volte però preferivo andare ai miei incontri disarmato: la pistola poteva sembrare una provocazione e poteva anche farmi riconoscere. Non ho mai ammazzato nessuno. Per fortuna, devo aggiungere, anche perché non mi sono mai trovato nella condizione di doverlo fare, com’è purtroppo capitato ad altri agenti sotto copertura. La licenza di uccidere è un altro mito da sfatare. Vale forse per i colleghi del Mossad e della Cia, ma in Israele e in America le leggi sono diverse».
La direttiva ricevuta era una sola: proteggere innanzitutto il contingente militare italiano, ma anche l’ambasciata, gli uomini e le donne della cooperazione del ministero degli Esteri e delle organizzazioni non governative e anche i giornalisti inviati in Afghanistan. Una rete tanto più efficiente se è «invisibile e impercettibile», chiarisce l’agente in Afghanistan, che ricorda in particolare il lavoro svolto nella primavera-estate del 2003 a Khost, nella regione sud-orientale, quella a più alto rischio per la presenza congiunta di talebani, uomini di Al Qaeda e criminali.
«Ci andai diversi mesi prima che arrivassero gli alpini e i paracadutisti. Qui tutti sparavano. Dovevo parlare con i referenti locali, non solo la polizia e le autorità politiche, ma anche i capiclan più influenti. Il mio compito fu facilitato dal contemporaneo arrivo della cooperazione civile con i progetti di ricostruzione e i camion pieni di viveri, medicinali e materiali edili. Questo ha cambiato la situazione e i locali hanno potuto constatare di persona la nostra buona volontà. Ecco perché non c’è stato nemmeno un morto. Abbiamo subito solo un mezzo attentato. Ce l’abbiamo fatta per due ragioni: la prima è perché conoscevamo il territorio, la seconda è perché abbiamo conquistato i cuori, le menti e anche le pance».
Già, l’accusa che fanno all’estero al contingente italiano è che paga sempre fior di dollari. «I soldi certamente servono, soprattutto per gli informatori che ti allertano sui nemici. Ma non sono tutto da quelle parti. Spesso, anzi il più delle volte, contano altre cose: i ricoveri in ospedale, le medicine di tutti i tipi, gli interventi dei richiestissimi dottori italiani, qualche regalo particolarmente gradito. È una conquista, per prosciugare l’acqua agli squali terroristici, che devi fare giorno dopo giorno, con molta pazienza. Sapesse quanti tè ho bevuto seduto per terra con gli anziani delle tribù».
Rimane la questione-chiave: dopo tanto lavoro non c’è un po’ di frustrazione per come rischiano di precipitare le cose in Afghanistan? «L’importante non è vincere, ma non perdere. Tutti, dai britannici in poi, sono entrati facilmente in quel paese. È uscirne che è difficile. Ecco perché dico che l’impegno occidentale oggi deve essere quello di trovare un modo per venirne fuori senza essere umiliati, come è successo ai sovietici. La strada da battere, a mio modesto parere, non è quella dei soldati, che pure servono per garantire la sicurezza. È quella del consenso della popolazione. E questo lo fai con l’intelligence, con la cooperazione economica e con la ricostruzione».
L’immagine indelebile di quei bambini di 2-3 anni, a piedi nudi sulla neve a Kabul, ricorda ogni giorno all’agente segreto italiano quanto sia complicato e nello stesso tempo struggente l’Afghanistan, creato per caso da Allah.
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