sabato 23 marzo 2013


DALLA CINA CON FURORE DIGITALE

Di Pino Buongiorno

Si lascia il traffico caotico di Pechino. Ci si libera dal soffocante smog della capitale. Dopo aver superato il Palazzo d’estate, ecco, 28 chilometri a nord-ovest, immerso nella quiete e nel profumo d’incenso del Parco della Fragranza un vasto edificio senza insegne. E’ qui che ha sede il Terzo dipartimento dell’Esercito popolare di liberazione.  Gli addetti militari stranieri lo definiscono nei loro dispacci il «Dragone digitale». In questo complesso con tante antenne satellitari ha avuto inizio la nuova guerra del terzo millennio, già teorizzata nel sesto secolo dallo stratega cinese Sun Tzu: «L’arte di combattere senza combattere».
Da qui vengono decisi e lanciati gli attacchi alle reti di computer di tutto il mondo. Il bersaglio principale sono gli Stati Uniti: nel 2012 il Pentagono è stato colpito 90 mila volte. Ma anche Giappone, India, Taiwan, Corea del sud e Germania sono finiti nel mirino delle spie cibernetiche, alla ricerca di segreti politici, economici e militari nascosti nei server più protetti dei governi e delle multinazionali.
Sono 30mila i super-tecnici al lavoro per conto del Terzo dipartimento, compresi quelli delle sedi distaccate di Shanghai, Hong Kong e Macao. Al comando c’è da due anni il maggiore generale Meng Xuezheng, che ha rimpiazzato il tenente generale Wu Guotha, licenziato per alcune operazioni informatiche non autorizzate.
Per il presidente Barack Obama il Dragone digitale è oggi la minaccia più grave alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti, ancor più del terrorismo di Al Qaeda. Dopo aver ricevuto, il 10 febbraio scorso, la nuova National Intelligence Estimate, compilata dalla comunità dei servizi segreti, Obama ha firmato una direttiva top secret che autorizza il generale Keith Alexander, il comandante dell’Us Cyber Command, ad «attuare tutte le misure preventive» per colpire i nemici che fabbricano software maliziosi e distruttivi. Il danno finanziario supera in America i 50 miliardi di dollari, secondo alcuni centri di ricerca. La National Intelligence Estimate identifica altri tre paesi (Russia, Israele e Francia), assai attivi nella guerra cibernetica, ma precisa anche che le loro attività di spionaggio informatico sono una minima parte rispetto all’aggressività dimostrata dalla Cina, fin da quando nel gennaio 2010 Google annunciò che il suo network era stato compromesso e che l’intrusione proveniva dalla Cina: in quel caso uno degli obiettivi era quello di ottenere gli indirizzi Gmail dei dissidenti e degli attivisti cinesi dei diritti umani. Poco dopo, anche il gigante dell’industria militare Lockheed Martin denunciò di essere stato attaccato dalla Cina. E, più recentemente, il «New York Times», il «Wall Street Journal» e il «Washington Post» hanno svelato che i loro computer sono stati violati da hacker che operavano in Cina, alla ricerca delle email di alcuni giornalisti che avevano rivelato le enormi ricchezze accumulate dalla famiglia del premier Wen Jiabao.
Puntuale, ogni volta, è arrivata la sdegnata smentita del governo di Pechino, che accusa «i nostalgici della guerra fredda l’ossessione di tirare in ballo sempre la Cina». E puntuale è la contro-smentita, avvalorata dalle società private di sicurezza elettronica, che stanno proliferando in America, tutte dedite a dar la caccia ai cyber-guerrieri.
Questo nuovo tipo di guerra è un fenomeno che interessa anche l’Italia, sebbene non siano venute allo scoperto vittime illustri, come in altri paesi. Reticenza o incapacità tecnologica degli apparati di difesa? «La minaccia è tuttora più che seria, forse addirittura l’unica davvero reale tra quelle provenienti dal cyber-spazio» dichiara a «Panorama» l’avvocato Stefano Mele, uno dei maggiori esperti, coordinatore dell’Osservatorio “Infowarfare e tecnologie emergenti” dell’Istituto di studi strategici Nicolò Machiavelli. «Deve essere fronteggiata anche da noi con maggiore metodo e rigore sia da un punto di vista strategico che giuridico e tecnico-informatico». I potenziali bersagli sono le sedi governative e le società che gestiscono le infrastrutture delle telecomunicazioni, dell’energia elettrica, dell’approvvigionamento idrico, dei trasporti e delle banche, ma soprattutto ad attirare gli hacker sono le aziende della difesa e quelle che operano in settori sensibili, come le nano-tecnologie e gli acciai speciali.
L’armata rossa informatica della Cina non si avvale solo di ingegneri con le stellette. Anzi, questi rappresentano una minima percentuale rispetto agli oltre 150 mila hacker in servizio permanente, secondo la stima fornita dall’Fbi. La linea di confine fra militari e civili è assai labile nella dittatura cinese anche perché molti di coloro che sono catalogati fra i civili provengono da facoltà di ingegneria informatica finanziate proprio dall’Esercito popolare. Prendiamo il caso dell’hacker più famoso, individuato di recente in un’operazione congiunta Usa-India. Si chiama Zhang Changhe e abita a Zhengzhou, una città di più di 8 milioni di abitanti, capitale della provincia di Henan. Dalle ricerche effettuate sui motori cinesi, Zhang, che non appartiene ai ranghi della Difesa, risulta però essere un docente dell’università di ingegneria informatica dell’Esercito popolare, uno dei principali centri dell’intelligence elettronica della Cina.
Un altro hacker assai attivo, in particolare contro il Dalai Lama, Gu Kaiyuan, si è laureato all’università di Sichuan, che riceve finanziamenti dalla commissione centrale militare. Poco distante, c’è un ufficio di sorveglianza elettronica dell’Esercito popolare. Un’altra università di élite che ha formato molti James Bond digitali è quella Jiaotong di Shanghai, 33mila studenti in competizione perenne con Stanford e Harvard nella cosiddetta “battaglia dei cervelli”.
In un pamphlet pubblicato in America da Scott Henderson, che ha lavorato per l’Us Army, intitolato «The Dark Visitor», c’è la radiografia più attendibile del variegato mondo degli hacker cinesi. Il primo movimento risale al 1997 e si denominava «l’esercito verde», 3 mila adepti che facevano irruzione nei computer avversari con virus e cavalli digitali di Troia solo per dimostrare la loro bravura. Lo guidava Gong Wei, meglio noto online con il nomignolo di Goodwell. All’«esercito verde» subentrò l’«alleanza degli hacker rossi», con fini più nazionalistici, nata per colpire principalmente Taiwan. Solo nel 2000 i pirati cinesi capirono che con le loro tecniche potevano anche far soldi vendendo i segreti commerciali ai migliori offerenti. E’ un po’ quello che fanno i criminali russi. Ma la vera svolta avvenne nel 2005 quando decine di migliaia di hacker, che nel frattempo avevano accumulato una buona dose di patriottismo, vennero cooptati dai militari e dai servizi di intelligence di Pechino, che li utilizzarono sia per lo spionaggio economico sia per scopi più politici. «La Cina punta al cyber-spazio per compensare la sua inferiorità nella guerra convenzionale» afferma Moustafa Mahmoud, presidente del Middle East Tiger Team, che ha identificato una ventina di gruppi di hacker, fra quelli più pericolosi.
Le stesse multinazionali americane hanno pensato di sfruttare l’abilità tecnologica di questi maghi dell’informatica e hanno cominciato ad assumere i migliori. Lo ha fatto, per esempio, la sede di Pechino dell’Ibm con Tao Wan, 41 anni, un veterano dell’«esercito verde» trasformato in un consulente del Tiger Team dell’azienda americana, che vende i servizi sulla «nuvola» alle società cinesi.
Non si conoscono invece i nomi degli hacker che hanno tradito la madrepatria cinese passando a lavorare per la segretissima National Security Agency americana, con sede a Fort Meade, l’alter ego del Dragone digitale. Ma sarebbero una ventina e sarebbero proprio loro oggi in prima linea a guidare le controffensive approvate da Obama contro i network e i server cinesi. E’ così che la prima guerra informatica si sta trasformando in una guerra civile.   


IL FUTURO RE SAUDITA

di Pino Buongiorno

Sembrava essere caduto definitivamente in disgrazia il principe Muqrin, 67 anni, quando, nel luglio 2012, fu estromesso dalla guida del potente Mukhabarat, il servizio segreto saudita. E invece, sei mesi dopo, per il più giovane dei 35 figli del fondatore dell’Arabia saudita è arrivata l’inattesa promozione a numero 3 della monarchia sunnita. Di fatto, già oggi, il principe Muqrin gestisce la complessa macchina governativa del colosso energetico mediorientale: re Abdullah, 89 anni, è stato sottoposto a diversi interventi chirurgici e il principe ereditario Salman, 77 anni, soffre di una grave forma di Alzheimer. Scegliendo il suo fratellastro e non uno dei tanti nipoti, il re ha optato per la stabilità piuttosto che per l’incerto passaggio di mano a favore della terza generazione di principi. Muqrin, assai stimato nelle capitali europee e graditissimo a Washington, è anche il più adatto a proseguire le riforme avviate dal re, essendo un liberal dal punto di vista sociale mentre è sempre stato un inflessibile crociato sia nella guerra al terrorismo di Al Qaeda sia nella contrapposizione all’Iran sciita, avviato sulla strada del nucleare militare.