giovedì 26 giugno 2008

Cina: da rossa a verde?

di Pino Buongiorno da Pechino

Indossavano mascherine bianche in segno di protesta per la costruzione di una nuova fabbrica chimica e di una raffineria di petrolio a Chengdou, la capitale della provincia sud-occidentale dello Sichuan. Hanno marciato pacificamente tutta la domenica pomeriggio assicurando le autorità locali: “Non siamo dissidenti. Chiediamo solo l’acqua pulita e le montagne verdi dei nostri avi. Bloccate i nuovi progetti. Ci sono già due impianti chimici ad alto rischio, che andrebbero chiusi subito”.
Succedeva il 4 maggio scorso. Solo otto giorni dopo, il terremoto dello Sichuan ha polverizzato le due fabbriche chimiche messe all’indice dagli ambientalisti uccidendo centinaia di operai. Ma ha anche avvelenato l’aria di Chengdou e dintorni con 80 tonnellate di ammoniaca che si sono sprigionate immediatamente, trasformando la catastrofe naturale in un disastro ambientale.
Si dice che in Cina questa sia un’equazione assai comune. Ma chi fa più vittime? Le scosse della terra hanno seppellito a maggio 70 mila cinesi. L’inquinamento dell’aria e la contaminazione dell’acqua ne uccidono prematuramente ogni anno 760 mila, secondo una stima della Banca mondiale. Non è un problema solo del paese più popoloso del pianeta. I gas velenosi e le polveri inquinanti provocano piogge acide in Corea e in Giappone, fanno danni fino alla costa occidentale degli Stati Uniti e contribuiscono al cambiamento del clima in tutto il mondo. Un recentissimo rapporto dell’università della California ha stabilito che la Cina è oggi al primo posto nella classifica mondiale per le emissioni di ossido di carbonio (il principale gas che causa l’effetto serra) avendo superato gli Stati Uniti nel 2007.
La crescita economica, l’industrializzazione e l’urbanizzazione hanno provocato questo inquinamento ambientale di proporzioni epiche. Ma, proprio perché si è toccato il fondo e respirare, per esempio, al mattino l’aria a Lanzhou, uno dei cosiddetti villaggi del cancro sull’inquinatissimo fiume Giallo, equivale a fumare un intero pacchetto di sigarette, il governo comunista si è finalmente deciso a cambiare drasticamente rotta. E chiede a gran voce ai paesi industrializzati (Italia in testa) di aiutarlo in questa impresa titanica. “Non possiamo risolvere tutto da soli. La cooperazione italo-cinese sulle questioni ambientali è l’esempio da imitare” indica Yao Weike, il vice direttore generale del ministero della scienza e della tecnologia, che ai primi di maggio ha firmato un importante accordo per il cosiddetto “carbone verde” con l’Enel(vedere riquadro a pagina…).
Dire che la vecchia Cina rossa diventerà presto verde è certamente un azzardo. “Ma è anche un fatto che il problema del risparmio energetico e quello dell’inquinamento sono le nostre nuove priorità per garantire uno sviluppo armonioso” dichiara a “Panorama” Li Longxing, il funzionario più alto in grado sulle questioni dell’energia nella complessa nomenclatura cinese.
Ecco la formula magica. L’ha inventata il presidente Hu Jintao e tutti si adeguano. Sviluppo armonioso significa non solo una nuova redistribuzione della ricchezza dalle più fortunate provincie orientali a quelle più depresse dell’ovest. Si traduce anche nel sostenere i livelli di crescita attorno al 10 per cento annuo utilizzando in modo più efficiente e rigoroso le risorse certamente non illimitate. La Repubblica Popolare ha stanziato 200 miliardi di dollari per pulire l’aria e l’acqua nei prossimi cinque anni. Il piano del Consiglio di stato, il massimo organo di governo, prevede, entro il 2013, di ridurre del 10 per cento le emissioni di ossido sulfureo e di risparmiare il 20 per cento dell’energia cambiando l’attuale mix delle varie fonti: più rinnovabili (sole ed eolico) e meno carbone (oggi il 67 per cento) e comunque con “tecnologie di carbone pulito”. Meno petrolio e gas e più nucleare che fornisce attualmente il 2 per cento dell’energia. Il settore idro-elettrico dovrebbe mantenere una quota fra il 10 e il 12 per cento.
La svolta non è dettata da una repentina conversione verde dei mandarini di Pechino. Il degrado ambientale, secondo i calcoli della vecchia agenzia per la protezione dell’ambiente (promossa dal marzo scorso al rango di ministero per segnalare il nuovo corso politico), costa ogni anno all’economia cinese il 10 per cento del Pil. Non solo: minaccia la stessa stabilità politica. Le cifre ufficiali si riferiscono al 2005, ma già all’epoca si erano registrate ben 50 mila proteste di tipo ambientale, molte delle quali con 40-50 mila partecipanti. L’anno scorso dovrebbero essere state più di 110 mila.
Il Consiglio di stato ha concesso maggiori poteri di controllo e di punizione agli ispettori del ministero dell’ambiente. Ha rimosso e continua a licenziare tutti quei dirigenti locali che rimangono sordi alle nuove disposizioni. E tollera 3 mila movimenti ambientalisti, che stanno contribuendo in maniera determinante alla nascita della società civile in Cina. Vinceranno o no questa ennesima sfida gli eredi di Mao?
Tutto dipenderà dalle imminenti Olimpiadi di Pechino, che cominceranno l’8 agosto. Dovranno essere, come promesso 12 anni fa, “Olimpiadi verdi”. E’ una bella scommessa soprattutto per Wang Da We, il direttore della divisione per il controllo della qualità dell’aria della municipalità di Pechino. “Noi siamo fiduciosi perché stiamo affrontando le principali cause dell’inquinamento che sono il carbone, le auto e la produzione industriale. L’uso del gas naturale ha già soppiantato le caldaie a carbone. Siamo riusciti a spostare per sempre una quarantina fra acciaierie, raffinerie e altre industrie dal centro di Pechino in lontane aree non abitate. Sperimenteremo le targhe alterne. Fermeremo tutte le imprese edili a partire dal 20 luglio” elenca a “Panorama”.
Sono certamente misure draconiane e per certi aspetti all’avanguardia, come il blocco della vendita dei sacchetti di plastica a partire dal 1 giugno, per risparmiare 37 milioni di barili di petrolio, e il divieto di fumo nei taxi e attorno agli impianti olimpici. “Per noi il controllo dell’inquinamento sta diventando più vitale di quello delle nascite” conclude Wang Dawei, con quell’aria mesta del burocrate che sa di rischiare tutta la sua carriera, se fallirà. E, forse, anche la libertà.