di Pino Buongiorno
Alvaro Uribe è a Cartagena per accogliere il candidato repubblicano alle presidenziali americane John McCain. Sa quello che sta per accadere, ma non appare preoccupato più di tanto. A McCain lo confida durante il colloquio: “Stiamo per liberare Ingrid Betancourt”.
Può andare bene. Può andare male. Come tante altre volte negli ultimi mesi, il presidente colombiano scommette e vince, dimostrando che in quel fisico minuto ha una tempra d’acciaio.
La mattina di mercoledì 2 luglio Betancourt, 47 anni, già candidata alla presidenza della Colombia, è tornata libera con uno spettacolare blitz durato solo 22 minuti. Era stata sequestata sei anni e cinque mesi fa dai narco-terroristi delle Farc. Con lei hanno lasciato il carcere duro e violento altri tre ostaggi americani e 11 soldati colombiani.
All’indomani dell’operazione chiamata in codice Scacco Matto si può dire quello che Giovanni Falcone aveva previsto per Cosa Nostra: «Come tutte le cose nella vita c’è un inizio e una fine». Oggi è cominciata la fine del più vecchio movimento guerrigliero marxista dell’America latina, sconfitto dall’inflessibilità del presidente Uribe e dal combinato disposto dell’intelligence americana e delle forze armate colombiane. Altro che pagliacciate alla Hugo Chavez, propostosi nel Natale scorso come mediatore (in realtà si è scoperto successivamente che per anni è stato un complice dei guerriglieri).
Infiltrazioni ad alto livello nella dirigenza delle Farc. Spionaggio elettronico con strumenti sofisticati acquistati in Israele. Tecniche anti-guerriglia degne dei migliori eserciti. Tutto questo ha permesso il ritorno a casa di Betancourt e la sconfitta epocale dei terroristi marxisti diventati narcotrafficanti, che nei mesi scorsi hanno subito la morte di tre dei loro capi e la defezione di 800 militanti.
E allora vediamolo assieme questo film d’azione e di intrighi. Prima scena: novembre dell’anno scorso. L’intelligence militare colombiana riesce a confiscare il video girato dai sequestratori con la prova che Betancourt, cittadina franco-colombiana, è ancora in vita. A quel punto c’è il via libera alle trattative, ma a una condizione: gli interlocutori devono essere quelli che hanno in custodia gli ostaggi, non i leader delle Farc.
E’ a questo punto che i satelliti-spia americani e le intercettazioni elettroniche riescono a circoscrivere l’area nel sud della Colombia dove sono tenuti nascosti i prigionieri. L’ora X di operazione Scacco Matto scatta tre settimane fa quando Betancourt e i suoi compagni di sventura sono rintracciati con assoluta certezza in un villaggio della foresta. I generali escogitano una trappola micidiale riuscendo a beffare il commando delle Farc. Con una sofistica tecnologia israeliana i tecnici dell’intelligence militare si inseriscono nelle frequenze radio usate dalla segreteria generale delle Farc. Uno di loro si spaccia per Alfonso Cano, il nuovo comandante dell’organizzazione dei narcos dopo la morte nel marzo scorso del leggendario Manuel Marulanda. «Compagni Cesar e Gafar (i due aguzzini che hanno in mano i sequestrati, Ndr), riunite i prigionieri in un unico gruppo e portateli nella località che vi indicherò”. Il falso Cano spiega ancora che alcuni elicotteri di un’organizzazione umanitaria non governativa avrebbero preso a bordo gli ostaggi per trasferirli in un posto più sicuro. L’ordine è eseguito all’istante.Cesar guida i 14 ostaggi, in precedenza divisi in tre gruppi, vicino al fiume Apaporis, fra il dipartimento di Guaviare e Vaupes, nell’estrema area sud-orientale della Colombia. Qui è previsto l’appuntamento con gli elicotteri di fabbricazione russa e ridipinti in bianco e rosso. A bordo non ci sono però gli operatori umanitari della fantomatica Ong, ma gli agenti sotto copertura dell’intelligence militare, addestrati nelle due settimane precedenti. Indossano magliette con l’immagine sofferta di Che Guevara. Rimane la parte più difficile: convincere i due sequestratori a salire a bordo. E’ sempre la voce camuffata di Cano a superare l’ultimo ostacolo.
Appena gli elicotteri decollano, gli agenti si identificano e mettono le manette ai due terroristi liberando contemporaneamente tutti gli altri ex ostaggi. Il viaggio di ritorno prevede una sosta nell’accampamento militare di San José del Guaviare. Da qui un aereo militare porta tutti all’aeroporto di Bogotà, dove nel frattempo è sbarcato il presidente Uribe reduce dall’incontro con John McCain. “Complimenti, è stata un’operazione impeccabile” commenta Betancourt prima di cominciare la conferenza stampa più bella della sua vita.
giovedì 3 luglio 2008
giovedì 26 giugno 2008
Cina: da rossa a verde?
di Pino Buongiorno da Pechino
Indossavano mascherine bianche in segno di protesta per la costruzione di una nuova fabbrica chimica e di una raffineria di petrolio a Chengdou, la capitale della provincia sud-occidentale dello Sichuan. Hanno marciato pacificamente tutta la domenica pomeriggio assicurando le autorità locali: “Non siamo dissidenti. Chiediamo solo l’acqua pulita e le montagne verdi dei nostri avi. Bloccate i nuovi progetti. Ci sono già due impianti chimici ad alto rischio, che andrebbero chiusi subito”.
Succedeva il 4 maggio scorso. Solo otto giorni dopo, il terremoto dello Sichuan ha polverizzato le due fabbriche chimiche messe all’indice dagli ambientalisti uccidendo centinaia di operai. Ma ha anche avvelenato l’aria di Chengdou e dintorni con 80 tonnellate di ammoniaca che si sono sprigionate immediatamente, trasformando la catastrofe naturale in un disastro ambientale.
Si dice che in Cina questa sia un’equazione assai comune. Ma chi fa più vittime? Le scosse della terra hanno seppellito a maggio 70 mila cinesi. L’inquinamento dell’aria e la contaminazione dell’acqua ne uccidono prematuramente ogni anno 760 mila, secondo una stima della Banca mondiale. Non è un problema solo del paese più popoloso del pianeta. I gas velenosi e le polveri inquinanti provocano piogge acide in Corea e in Giappone, fanno danni fino alla costa occidentale degli Stati Uniti e contribuiscono al cambiamento del clima in tutto il mondo. Un recentissimo rapporto dell’università della California ha stabilito che la Cina è oggi al primo posto nella classifica mondiale per le emissioni di ossido di carbonio (il principale gas che causa l’effetto serra) avendo superato gli Stati Uniti nel 2007.
La crescita economica, l’industrializzazione e l’urbanizzazione hanno provocato questo inquinamento ambientale di proporzioni epiche. Ma, proprio perché si è toccato il fondo e respirare, per esempio, al mattino l’aria a Lanzhou, uno dei cosiddetti villaggi del cancro sull’inquinatissimo fiume Giallo, equivale a fumare un intero pacchetto di sigarette, il governo comunista si è finalmente deciso a cambiare drasticamente rotta. E chiede a gran voce ai paesi industrializzati (Italia in testa) di aiutarlo in questa impresa titanica. “Non possiamo risolvere tutto da soli. La cooperazione italo-cinese sulle questioni ambientali è l’esempio da imitare” indica Yao Weike, il vice direttore generale del ministero della scienza e della tecnologia, che ai primi di maggio ha firmato un importante accordo per il cosiddetto “carbone verde” con l’Enel(vedere riquadro a pagina…).
Dire che la vecchia Cina rossa diventerà presto verde è certamente un azzardo. “Ma è anche un fatto che il problema del risparmio energetico e quello dell’inquinamento sono le nostre nuove priorità per garantire uno sviluppo armonioso” dichiara a “Panorama” Li Longxing, il funzionario più alto in grado sulle questioni dell’energia nella complessa nomenclatura cinese.
Ecco la formula magica. L’ha inventata il presidente Hu Jintao e tutti si adeguano. Sviluppo armonioso significa non solo una nuova redistribuzione della ricchezza dalle più fortunate provincie orientali a quelle più depresse dell’ovest. Si traduce anche nel sostenere i livelli di crescita attorno al 10 per cento annuo utilizzando in modo più efficiente e rigoroso le risorse certamente non illimitate. La Repubblica Popolare ha stanziato 200 miliardi di dollari per pulire l’aria e l’acqua nei prossimi cinque anni. Il piano del Consiglio di stato, il massimo organo di governo, prevede, entro il 2013, di ridurre del 10 per cento le emissioni di ossido sulfureo e di risparmiare il 20 per cento dell’energia cambiando l’attuale mix delle varie fonti: più rinnovabili (sole ed eolico) e meno carbone (oggi il 67 per cento) e comunque con “tecnologie di carbone pulito”. Meno petrolio e gas e più nucleare che fornisce attualmente il 2 per cento dell’energia. Il settore idro-elettrico dovrebbe mantenere una quota fra il 10 e il 12 per cento.
La svolta non è dettata da una repentina conversione verde dei mandarini di Pechino. Il degrado ambientale, secondo i calcoli della vecchia agenzia per la protezione dell’ambiente (promossa dal marzo scorso al rango di ministero per segnalare il nuovo corso politico), costa ogni anno all’economia cinese il 10 per cento del Pil. Non solo: minaccia la stessa stabilità politica. Le cifre ufficiali si riferiscono al 2005, ma già all’epoca si erano registrate ben 50 mila proteste di tipo ambientale, molte delle quali con 40-50 mila partecipanti. L’anno scorso dovrebbero essere state più di 110 mila.
Il Consiglio di stato ha concesso maggiori poteri di controllo e di punizione agli ispettori del ministero dell’ambiente. Ha rimosso e continua a licenziare tutti quei dirigenti locali che rimangono sordi alle nuove disposizioni. E tollera 3 mila movimenti ambientalisti, che stanno contribuendo in maniera determinante alla nascita della società civile in Cina. Vinceranno o no questa ennesima sfida gli eredi di Mao?
Tutto dipenderà dalle imminenti Olimpiadi di Pechino, che cominceranno l’8 agosto. Dovranno essere, come promesso 12 anni fa, “Olimpiadi verdi”. E’ una bella scommessa soprattutto per Wang Da We, il direttore della divisione per il controllo della qualità dell’aria della municipalità di Pechino. “Noi siamo fiduciosi perché stiamo affrontando le principali cause dell’inquinamento che sono il carbone, le auto e la produzione industriale. L’uso del gas naturale ha già soppiantato le caldaie a carbone. Siamo riusciti a spostare per sempre una quarantina fra acciaierie, raffinerie e altre industrie dal centro di Pechino in lontane aree non abitate. Sperimenteremo le targhe alterne. Fermeremo tutte le imprese edili a partire dal 20 luglio” elenca a “Panorama”.
Sono certamente misure draconiane e per certi aspetti all’avanguardia, come il blocco della vendita dei sacchetti di plastica a partire dal 1 giugno, per risparmiare 37 milioni di barili di petrolio, e il divieto di fumo nei taxi e attorno agli impianti olimpici. “Per noi il controllo dell’inquinamento sta diventando più vitale di quello delle nascite” conclude Wang Dawei, con quell’aria mesta del burocrate che sa di rischiare tutta la sua carriera, se fallirà. E, forse, anche la libertà.
Indossavano mascherine bianche in segno di protesta per la costruzione di una nuova fabbrica chimica e di una raffineria di petrolio a Chengdou, la capitale della provincia sud-occidentale dello Sichuan. Hanno marciato pacificamente tutta la domenica pomeriggio assicurando le autorità locali: “Non siamo dissidenti. Chiediamo solo l’acqua pulita e le montagne verdi dei nostri avi. Bloccate i nuovi progetti. Ci sono già due impianti chimici ad alto rischio, che andrebbero chiusi subito”.
Succedeva il 4 maggio scorso. Solo otto giorni dopo, il terremoto dello Sichuan ha polverizzato le due fabbriche chimiche messe all’indice dagli ambientalisti uccidendo centinaia di operai. Ma ha anche avvelenato l’aria di Chengdou e dintorni con 80 tonnellate di ammoniaca che si sono sprigionate immediatamente, trasformando la catastrofe naturale in un disastro ambientale.
Si dice che in Cina questa sia un’equazione assai comune. Ma chi fa più vittime? Le scosse della terra hanno seppellito a maggio 70 mila cinesi. L’inquinamento dell’aria e la contaminazione dell’acqua ne uccidono prematuramente ogni anno 760 mila, secondo una stima della Banca mondiale. Non è un problema solo del paese più popoloso del pianeta. I gas velenosi e le polveri inquinanti provocano piogge acide in Corea e in Giappone, fanno danni fino alla costa occidentale degli Stati Uniti e contribuiscono al cambiamento del clima in tutto il mondo. Un recentissimo rapporto dell’università della California ha stabilito che la Cina è oggi al primo posto nella classifica mondiale per le emissioni di ossido di carbonio (il principale gas che causa l’effetto serra) avendo superato gli Stati Uniti nel 2007.
La crescita economica, l’industrializzazione e l’urbanizzazione hanno provocato questo inquinamento ambientale di proporzioni epiche. Ma, proprio perché si è toccato il fondo e respirare, per esempio, al mattino l’aria a Lanzhou, uno dei cosiddetti villaggi del cancro sull’inquinatissimo fiume Giallo, equivale a fumare un intero pacchetto di sigarette, il governo comunista si è finalmente deciso a cambiare drasticamente rotta. E chiede a gran voce ai paesi industrializzati (Italia in testa) di aiutarlo in questa impresa titanica. “Non possiamo risolvere tutto da soli. La cooperazione italo-cinese sulle questioni ambientali è l’esempio da imitare” indica Yao Weike, il vice direttore generale del ministero della scienza e della tecnologia, che ai primi di maggio ha firmato un importante accordo per il cosiddetto “carbone verde” con l’Enel(vedere riquadro a pagina…).
Dire che la vecchia Cina rossa diventerà presto verde è certamente un azzardo. “Ma è anche un fatto che il problema del risparmio energetico e quello dell’inquinamento sono le nostre nuove priorità per garantire uno sviluppo armonioso” dichiara a “Panorama” Li Longxing, il funzionario più alto in grado sulle questioni dell’energia nella complessa nomenclatura cinese.
Ecco la formula magica. L’ha inventata il presidente Hu Jintao e tutti si adeguano. Sviluppo armonioso significa non solo una nuova redistribuzione della ricchezza dalle più fortunate provincie orientali a quelle più depresse dell’ovest. Si traduce anche nel sostenere i livelli di crescita attorno al 10 per cento annuo utilizzando in modo più efficiente e rigoroso le risorse certamente non illimitate. La Repubblica Popolare ha stanziato 200 miliardi di dollari per pulire l’aria e l’acqua nei prossimi cinque anni. Il piano del Consiglio di stato, il massimo organo di governo, prevede, entro il 2013, di ridurre del 10 per cento le emissioni di ossido sulfureo e di risparmiare il 20 per cento dell’energia cambiando l’attuale mix delle varie fonti: più rinnovabili (sole ed eolico) e meno carbone (oggi il 67 per cento) e comunque con “tecnologie di carbone pulito”. Meno petrolio e gas e più nucleare che fornisce attualmente il 2 per cento dell’energia. Il settore idro-elettrico dovrebbe mantenere una quota fra il 10 e il 12 per cento.
La svolta non è dettata da una repentina conversione verde dei mandarini di Pechino. Il degrado ambientale, secondo i calcoli della vecchia agenzia per la protezione dell’ambiente (promossa dal marzo scorso al rango di ministero per segnalare il nuovo corso politico), costa ogni anno all’economia cinese il 10 per cento del Pil. Non solo: minaccia la stessa stabilità politica. Le cifre ufficiali si riferiscono al 2005, ma già all’epoca si erano registrate ben 50 mila proteste di tipo ambientale, molte delle quali con 40-50 mila partecipanti. L’anno scorso dovrebbero essere state più di 110 mila.
Il Consiglio di stato ha concesso maggiori poteri di controllo e di punizione agli ispettori del ministero dell’ambiente. Ha rimosso e continua a licenziare tutti quei dirigenti locali che rimangono sordi alle nuove disposizioni. E tollera 3 mila movimenti ambientalisti, che stanno contribuendo in maniera determinante alla nascita della società civile in Cina. Vinceranno o no questa ennesima sfida gli eredi di Mao?
Tutto dipenderà dalle imminenti Olimpiadi di Pechino, che cominceranno l’8 agosto. Dovranno essere, come promesso 12 anni fa, “Olimpiadi verdi”. E’ una bella scommessa soprattutto per Wang Da We, il direttore della divisione per il controllo della qualità dell’aria della municipalità di Pechino. “Noi siamo fiduciosi perché stiamo affrontando le principali cause dell’inquinamento che sono il carbone, le auto e la produzione industriale. L’uso del gas naturale ha già soppiantato le caldaie a carbone. Siamo riusciti a spostare per sempre una quarantina fra acciaierie, raffinerie e altre industrie dal centro di Pechino in lontane aree non abitate. Sperimenteremo le targhe alterne. Fermeremo tutte le imprese edili a partire dal 20 luglio” elenca a “Panorama”.
Sono certamente misure draconiane e per certi aspetti all’avanguardia, come il blocco della vendita dei sacchetti di plastica a partire dal 1 giugno, per risparmiare 37 milioni di barili di petrolio, e il divieto di fumo nei taxi e attorno agli impianti olimpici. “Per noi il controllo dell’inquinamento sta diventando più vitale di quello delle nascite” conclude Wang Dawei, con quell’aria mesta del burocrate che sa di rischiare tutta la sua carriera, se fallirà. E, forse, anche la libertà.
sabato 7 giugno 2008
Il vice premier d'Israele: pronti ad attaccare l'Iran
di Pino Buongiorno
L’intervista sarà pubblicata solo domenica nel supplemento del quotidiano Yedioth Ahronoth, ma comincia già a fare molto rumore. Panorama.it ne ha avuto un’anticipazione. A parlare è Shaul Mofaz, vice primo ministro e ministro dei Trasporti del governo israeliano. “Se l’Iran continua il suo programma per sviluppare armi nucleari, noi l’attaccheremo. La finestra di opportunità si è chiusa. Le sanzioni non sono efficaci. Non ci sarà alternativa se non attaccare l’Iran in modo da fermare il programma nucleare”. Mofaz è sì un falco, ma è anche un esponente di primo piano del partito di maggioranza governativa Kadima, lo stesso del premier Ehud Olmert. Già capo di stato maggiore delle forze armate israeliane, Mofaz è oggi incaricato anche del “dialogo strategico con gli Stati Uniti”. Nella stessa intervista, il vice primo ministro aggiunge che l’attacco militare contro l’Iran sarà realizzato “con l’accordo, con la comprensione e con l’appoggio degli Stati Uniti”. Lui stesso è reduce da un viaggio a Washington, dove ha trattato ai massimi livelli la questione della bomba atomica iraniana.Quando il giornalista israeliano ha chiesto a Mofaz cosa pensasse delle dichiarazioni rilasciate a Roma, durante il vertice della Fao, dal presidente Mahmoud Ahmadinejad, e cioè che “Israele sarà cancellato dalla mappa”, l’ex generale prestato alla politica ha risposto senza battere ciglio: “Lui scomparirà prima di Israele”.Sono dichiarazioni pesanti e preoccupanti. E’ vero che Mofaz punta a ottenere la leadership del partito Kadima, ora che si sta per chiudere la carriera politica di Olmert, invischiato in uno scandalo per corruzione, in alternativa al ministro degli Esteri Tzippi Livni. Ma è anche vero che per la prima volta in Israele si parla apertamente di attaccare l’Iran dopo mille smentite. Negli apparati di sicurezza i piani militari sono praticamente ultimati. L’esercito e l’aeronautica li hanno già consegnati al ministro della Difesa Ehud Barak e allo stesso Olmert.Seppure una’anatra azzoppata, il premier per la prima volta ha parlato ufficialmente dell’imminenza dell’ora X. Lo ha fatto a Washington al termine di un colloquio di un’ora con il presidente George W. Bush. “Ogni giorno che passa, ci avviciniamo sempre di più a fermare il programma nucleare iraniano”.Ad ascoltare i consiglieri politico-militari del primo ministro, la nuova accelerazione, decisa di comune accordo con la Casa Bianca, non è legata alla crisi politica in Israele, ma è dettata da notizie sempre più allarmanti che provengono da Teheran e dai paesi vicini. Dopo l’ultimo rapporto dell’Aiea (l’agenzia dell’Onu anti-proliferazione atomica, con sede a Vienna), insolitamente duro contro le ambiguità e i sotterfugi della leadership iraniana, si sono aggiunti alcuni episodi assai gravi. Panorama.it è in grado di rivelare che sia la Turchia sia l’Azerbaijan hanno recentemente fermato due convogli separati di Tir provenienti dalla Russia e diretti alla centrale atomica iraniana di Busher. Durante i controlli- certamente non di routine, ma dettati da soffiate di 007- le autorità doganali hanno scoperto che all’interno del carico registrato regolarmente c’erano apparecchiature e sostanze irregolari, dirette probabilmente ai siti atomici clandestini all’interno dell’Iran. I due convogli sono ancora fermi alle frontiere della Turchia e dell’Azerbaijan. Sia l’azienda russa Atomstroyexport, incaricata della spedizione, sia il governo di Ahmadinejad hanno protestato, ma finora con scarso successo.Di fronte all’inasprirsi della crisi internazionale qualcosa però sembra muoversi a Teheran. Il 28 maggio scorso Ali Larijani, l’ex capo negoziatore sul nucleare e avversario di Ahmadinejad, ha ottenuto la presidenza del parlamento con 232 voti su 290. La vittoria del fronte conservatore più pragmatico, che si oppone a quello fondamentalista, ha portato subito alla richiesta di coinvolgere anche i deputati nel negoziato sottraendolo in parte alla presidenza della repubblica. Sarebbe un modo per allontanare la resa dei conti con Israele e con gli Stati Uniti. Ma basterà? E soprattutto l’abile Larijani farà ancora in tempo a evitare lo show-down militare che avrebbe conseguenze catastrofiche nel Golfo Persico e anche in Afghanistan?
L’intervista sarà pubblicata solo domenica nel supplemento del quotidiano Yedioth Ahronoth, ma comincia già a fare molto rumore. Panorama.it ne ha avuto un’anticipazione. A parlare è Shaul Mofaz, vice primo ministro e ministro dei Trasporti del governo israeliano. “Se l’Iran continua il suo programma per sviluppare armi nucleari, noi l’attaccheremo. La finestra di opportunità si è chiusa. Le sanzioni non sono efficaci. Non ci sarà alternativa se non attaccare l’Iran in modo da fermare il programma nucleare”. Mofaz è sì un falco, ma è anche un esponente di primo piano del partito di maggioranza governativa Kadima, lo stesso del premier Ehud Olmert. Già capo di stato maggiore delle forze armate israeliane, Mofaz è oggi incaricato anche del “dialogo strategico con gli Stati Uniti”. Nella stessa intervista, il vice primo ministro aggiunge che l’attacco militare contro l’Iran sarà realizzato “con l’accordo, con la comprensione e con l’appoggio degli Stati Uniti”. Lui stesso è reduce da un viaggio a Washington, dove ha trattato ai massimi livelli la questione della bomba atomica iraniana.Quando il giornalista israeliano ha chiesto a Mofaz cosa pensasse delle dichiarazioni rilasciate a Roma, durante il vertice della Fao, dal presidente Mahmoud Ahmadinejad, e cioè che “Israele sarà cancellato dalla mappa”, l’ex generale prestato alla politica ha risposto senza battere ciglio: “Lui scomparirà prima di Israele”.Sono dichiarazioni pesanti e preoccupanti. E’ vero che Mofaz punta a ottenere la leadership del partito Kadima, ora che si sta per chiudere la carriera politica di Olmert, invischiato in uno scandalo per corruzione, in alternativa al ministro degli Esteri Tzippi Livni. Ma è anche vero che per la prima volta in Israele si parla apertamente di attaccare l’Iran dopo mille smentite. Negli apparati di sicurezza i piani militari sono praticamente ultimati. L’esercito e l’aeronautica li hanno già consegnati al ministro della Difesa Ehud Barak e allo stesso Olmert.Seppure una’anatra azzoppata, il premier per la prima volta ha parlato ufficialmente dell’imminenza dell’ora X. Lo ha fatto a Washington al termine di un colloquio di un’ora con il presidente George W. Bush. “Ogni giorno che passa, ci avviciniamo sempre di più a fermare il programma nucleare iraniano”.Ad ascoltare i consiglieri politico-militari del primo ministro, la nuova accelerazione, decisa di comune accordo con la Casa Bianca, non è legata alla crisi politica in Israele, ma è dettata da notizie sempre più allarmanti che provengono da Teheran e dai paesi vicini. Dopo l’ultimo rapporto dell’Aiea (l’agenzia dell’Onu anti-proliferazione atomica, con sede a Vienna), insolitamente duro contro le ambiguità e i sotterfugi della leadership iraniana, si sono aggiunti alcuni episodi assai gravi. Panorama.it è in grado di rivelare che sia la Turchia sia l’Azerbaijan hanno recentemente fermato due convogli separati di Tir provenienti dalla Russia e diretti alla centrale atomica iraniana di Busher. Durante i controlli- certamente non di routine, ma dettati da soffiate di 007- le autorità doganali hanno scoperto che all’interno del carico registrato regolarmente c’erano apparecchiature e sostanze irregolari, dirette probabilmente ai siti atomici clandestini all’interno dell’Iran. I due convogli sono ancora fermi alle frontiere della Turchia e dell’Azerbaijan. Sia l’azienda russa Atomstroyexport, incaricata della spedizione, sia il governo di Ahmadinejad hanno protestato, ma finora con scarso successo.Di fronte all’inasprirsi della crisi internazionale qualcosa però sembra muoversi a Teheran. Il 28 maggio scorso Ali Larijani, l’ex capo negoziatore sul nucleare e avversario di Ahmadinejad, ha ottenuto la presidenza del parlamento con 232 voti su 290. La vittoria del fronte conservatore più pragmatico, che si oppone a quello fondamentalista, ha portato subito alla richiesta di coinvolgere anche i deputati nel negoziato sottraendolo in parte alla presidenza della repubblica. Sarebbe un modo per allontanare la resa dei conti con Israele e con gli Stati Uniti. Ma basterà? E soprattutto l’abile Larijani farà ancora in tempo a evitare lo show-down militare che avrebbe conseguenze catastrofiche nel Golfo Persico e anche in Afghanistan?
giovedì 5 giugno 2008
Chi controlla la bomba islamica
di Pino Buongiorno
Lo aveva promesso in un comizio solo pochi giorni prima di essere assassinata a Rawalpindi, il 27 dicembre scorso: se lei, Benazir Bhutto, fosse diventata primo ministro gli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) avrebbero avuto finalmente libero accesso allo scienziato A.Q. Khan, il padre della bomba atomica islamica e il capo di una rete clandestina di proliferazione, che ha fornito tecnologie e segreti alla Corea del Nord, all’Iran e alla Libia. Il presidente Pervez Musharraf ha sempre sbarrato a qualsiasi investigatore internazionale le porte della villa dove l’eroe nazionale è formalmente agli arresti domiciliari. I complici di Khan nell’apparato militare e nei servizi segreti pakistani (Isi) non sono così mai stati identificati. Anzi, con tutta probabilità, hanno continuato a vendere tecnologia sensibile sul mercato nero dell’atomo applicato a scopi bellici.
Fra le tante cause che hanno spinto i mandanti e i sicari a eliminare dalla scena politica, a soli 54 anni, la scomoda Bhutto c’è anche questa del contrabbando nucleare. Lei premier non solo avrebbe cercato di rescindere i legami pluriennali fra i talebani e i vertici religiosi, politici e finanziari di Al Qaeda con alcuni ufficiali dell’esercito e dell’Isi. Sarebbe andata più in là, fino a intaccare il più segreto dei tanti segreti che avvolgono il nucleare in Pakistan.
Ora che la Bhutto non c’è più sono in tanti fra gli esponenti più radicali delle forze armate, quelli con la lunga barba che considerano i jihadisti “i nostri bravi ragazzi”, a tirare un sospiro di sollievo. Ma nella comunità internazionale sono ancora di più coloro che tremano (e pregano) per la salvaguardia delle testate atomiche pakistane. L’intelligence del Pentagono calcola che sarebbero una sessantina gli ordigni nascosti nei sei bunker accertati (ma sono probabilmente il doppio), tutti perfettamente funzionanti e tutti in grado di essere sganciati da bombardieri F-16s e da missili balistici Ghauri e Shaheen.
Un Pakistan senza le garanzie democratiche fornite ai governi occidentali da Benazir Bhutto; un Pakistan dove la popolarità di Musharraf è ai minimi termini e i complotti contro di lui si intensificano; un Pakistan dove Al Qaeda ha avuto modo di rinnovarsi e di rafforzarsi fino a lanciare l’attacco finale per creare a Islamabad un nuovo “emirato islamico” (simile a quello dell’Afghanistan prima dell’11 settembre); ecco un Pakistan così diventa la minaccia più consistente all’ordine mondiale.
Fonti qualificate del Pentagono hanno rivelato a “Panorama” che già all’indomani dell’omicidio di Benazir Bhutto, vale a dire il 28 dicembre, i pianificatori della cellula speciale sull’Asia meridionale hanno ricevuto l’ordine di rivedere “i piani di contingenza” per prevenire che gli estremisti islamici possano impossessarsi delle bombe atomiche. Gli scenari presi in considerazione sono tre. Il primo è quello dell’attacco di una cellula di Al Qaeda a un’installazione nucleare, come il laboratorio intitolato ad A. Q. Khan, a Kahuta, non lontano dalla capitale. Il secondo scenario è quello della ribellione di una fazione fondamentalista dell’esercito e dell’Isi, che potrebbe impadronirsi di un ordigno o addirittura tentare un golpe alleandosi con i gruppi fondamentalisti islamici. La terza ipotesi, considerata la più probabile, vedrebbe entrare in azione i complici occulti di Khan che, approfittando del caos politico, potrebbero vendere a suon di miliardi di dollari tecnologie militari al miglior offerente. Per ognuno di questi scenari il Pentagono sostiene di avere messo a punto le opportune contromisure fino all’impiego delle truppe speciali, già dislocate in Afghanistan, assieme agli scienziati del Nuclear emergency search team (Nest). Hanno ricevuto l’incarico, a seconda delle circostanze, di distruggere gli impianti oppure di prendere il controllo dei siti oppure di tentare di disinnescare le bombe atomiche rendendole inutilizzabili.
E’ il piano estremo e anche il più problematico anche perché Musharraf non ha mai voluto rivelare la dislocazione del proprio arsenale. Di più: ha creato falsi obiettivi per confondere in particolare l’intelligence indiana, la più interessata ai segreti bellici.
In realtà ancora oggi l’amministrazione di George W. Bush, pur di scongiurare lo spettro dell’intervento diretto, è obbligata a scommettere sulla sopravvivenza politica di Musharraf, sia pure avviato verso una transizione del potere, da un regime autocrate a uno più democratico. Le elezioni politiche di febbraio saranno il test più importante sempre che non avverranno nuovi sconvolgimenti e nuovi assassini di Stato.
Per non perdere l’appoggio occidentale l’ex generale, ora presidente con abiti civili su imposizione proprio della Bhutto, si presenta come il garante o, se si preferisce, il custode finale dell’arsenale nucleare. In piena notte, lo scorso 14 dicembre, due giorni prima della cessazione dello stato di emergenza, Musharraf ha emesso una direttiva che ristruttura il vertice del National command authority (Nca), ovvero l’organo politico-militare responsabile delle bombe pakistane. Fin dal febbraio 2000 il capo del Nca era il primo ministro. Da quella notte è il presidente, ovvero Musharraf, e il premier è solo il suo vice. Rimane invece invariata la composizione di 10 membri, fra cui i ministri degli esteri, delle finanze, della difesa e dell’interno, i tre capi delle forze armate e il direttore generale della Divisione piani strategici (Dps). Quest’ultimo personaggio è il più interessante, poco conosciuto all’estero, ma tenuto d’occhio da tutte le ambasciate di Islamabad. E’ il tenente generale Khalid Kidwai, considerato un fedelissimo di Musharraf, ma anche un ufficiale che ha consolidati legami con il Pentagono. “Se le cose dovessero peggiorare” dichiara a “Panorama” Daniel Markey, un ex funzionario del dipartimento di Stato specializzato nell’area sud-asiatica, “bisognerà fare affidamento solo sul generale Kidwai. L’organismo che guida è il più sicuro all’interno delle forze armate pakistane”.
In un recentissimo rapporto della Pakistan security research unity, fondata nel marzo del 2007 all’interno dell’università di Bradford, nel Regno Unito, Shaun Gregory, un professore di sicurezza internazionale, ha svelato per la prima volta il funzionamento e le procedure della Divisione piani strategici. “Panorama” ne ha ottenuto una copia. Fanno parte della Dps 8 mila militari ben selezionati e quasi tutti provenienti dal Punjab, la regione del Pakistan ritenuta la meno compromessa con il fanatismo religioso. Lo staff cambia ogni due anni per evitare pericoli di cospirazione. Tutti sono sottoposti a esami a sorpresa per individuare eventuali problemi personali, affiliazioni esterne, uso di droghe e deviazioni sessuali. Non è l’ambiguo Isi, ma una branca speciale dell’intelligence dell’esercito ad avere l’incarico di controllare il personale. Un’ulteriore procedura di salvaguardia prevede che le operazioni debbano sempre basarsi sulla decisione e la cooperazione di almeno due persone.
La sicurezza fisica degli impianti, dei bunker e dei laboratori è garantita da una serie di misure a raggi concentrici. Negli ultimi sette anni gli Stati Uniti hanno fornito aiuti militari in questo settore calcolati attorno ai 100 milioni di dollari sui 10 miliardi complessivi elargiti al Pakistan nell’ambito della guerra al terrorismo islamico. E’ anche con questi soldi che sono state costruite barriere a prova di camion-bomba e installati sensori anti-intrusione fra i più avanzati. Il secondo cerchio di protezione dei siti è affidato ai soldati armati come Robocop mentre il terzo è costituito dalla separazione fisica delle testate dai detonatori, fra posti diversi, ma non molto distanti. Più recentemente lo stesso generale Kidwai ha rivelato che il Pakistan ha introdotto un sistema di codici di autenticazione per la protezione delle bombe. Non è di certo quello in uso in America e conosciuto in gergo come il sistema Pal, che blocca elettronicamente le armi da un utilizzo non autorizzato usando una tecnologia simile a quella del bancomat. Ma è pur sempre un passo avanti, seppure rudimentale, per scongiurare accessi vietati.
Nonostante queste rigide regole di comando e di controllo, la conclusione del professor Gregory, condivisa oggi da quasi tutti gli esperti del settore, fra cui gli analisti del Congresso americano che hanno redatto un dossier il 14 novembre scorso, non è incoraggiante. “Le disposizioni adottate forniscono un alto grado di assicurazione contro la possibilità che le armi atomiche finiscano nelle mani di terroristi o di elementi rinnegati delle forze armate” ha scritto il docente inglese nella parte finale del suo interessante rapporto. “Ciononostante ci sono delle debolezze in ognuna delle aree esaminate. Se la situazione in Pakistan dovesse continuare a deteriorarsi la sicurezza delle armi nucleari potrebbe essere compromessa”.
Lo aveva promesso in un comizio solo pochi giorni prima di essere assassinata a Rawalpindi, il 27 dicembre scorso: se lei, Benazir Bhutto, fosse diventata primo ministro gli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) avrebbero avuto finalmente libero accesso allo scienziato A.Q. Khan, il padre della bomba atomica islamica e il capo di una rete clandestina di proliferazione, che ha fornito tecnologie e segreti alla Corea del Nord, all’Iran e alla Libia. Il presidente Pervez Musharraf ha sempre sbarrato a qualsiasi investigatore internazionale le porte della villa dove l’eroe nazionale è formalmente agli arresti domiciliari. I complici di Khan nell’apparato militare e nei servizi segreti pakistani (Isi) non sono così mai stati identificati. Anzi, con tutta probabilità, hanno continuato a vendere tecnologia sensibile sul mercato nero dell’atomo applicato a scopi bellici.
Fra le tante cause che hanno spinto i mandanti e i sicari a eliminare dalla scena politica, a soli 54 anni, la scomoda Bhutto c’è anche questa del contrabbando nucleare. Lei premier non solo avrebbe cercato di rescindere i legami pluriennali fra i talebani e i vertici religiosi, politici e finanziari di Al Qaeda con alcuni ufficiali dell’esercito e dell’Isi. Sarebbe andata più in là, fino a intaccare il più segreto dei tanti segreti che avvolgono il nucleare in Pakistan.
Ora che la Bhutto non c’è più sono in tanti fra gli esponenti più radicali delle forze armate, quelli con la lunga barba che considerano i jihadisti “i nostri bravi ragazzi”, a tirare un sospiro di sollievo. Ma nella comunità internazionale sono ancora di più coloro che tremano (e pregano) per la salvaguardia delle testate atomiche pakistane. L’intelligence del Pentagono calcola che sarebbero una sessantina gli ordigni nascosti nei sei bunker accertati (ma sono probabilmente il doppio), tutti perfettamente funzionanti e tutti in grado di essere sganciati da bombardieri F-16s e da missili balistici Ghauri e Shaheen.
Un Pakistan senza le garanzie democratiche fornite ai governi occidentali da Benazir Bhutto; un Pakistan dove la popolarità di Musharraf è ai minimi termini e i complotti contro di lui si intensificano; un Pakistan dove Al Qaeda ha avuto modo di rinnovarsi e di rafforzarsi fino a lanciare l’attacco finale per creare a Islamabad un nuovo “emirato islamico” (simile a quello dell’Afghanistan prima dell’11 settembre); ecco un Pakistan così diventa la minaccia più consistente all’ordine mondiale.
Fonti qualificate del Pentagono hanno rivelato a “Panorama” che già all’indomani dell’omicidio di Benazir Bhutto, vale a dire il 28 dicembre, i pianificatori della cellula speciale sull’Asia meridionale hanno ricevuto l’ordine di rivedere “i piani di contingenza” per prevenire che gli estremisti islamici possano impossessarsi delle bombe atomiche. Gli scenari presi in considerazione sono tre. Il primo è quello dell’attacco di una cellula di Al Qaeda a un’installazione nucleare, come il laboratorio intitolato ad A. Q. Khan, a Kahuta, non lontano dalla capitale. Il secondo scenario è quello della ribellione di una fazione fondamentalista dell’esercito e dell’Isi, che potrebbe impadronirsi di un ordigno o addirittura tentare un golpe alleandosi con i gruppi fondamentalisti islamici. La terza ipotesi, considerata la più probabile, vedrebbe entrare in azione i complici occulti di Khan che, approfittando del caos politico, potrebbero vendere a suon di miliardi di dollari tecnologie militari al miglior offerente. Per ognuno di questi scenari il Pentagono sostiene di avere messo a punto le opportune contromisure fino all’impiego delle truppe speciali, già dislocate in Afghanistan, assieme agli scienziati del Nuclear emergency search team (Nest). Hanno ricevuto l’incarico, a seconda delle circostanze, di distruggere gli impianti oppure di prendere il controllo dei siti oppure di tentare di disinnescare le bombe atomiche rendendole inutilizzabili.
E’ il piano estremo e anche il più problematico anche perché Musharraf non ha mai voluto rivelare la dislocazione del proprio arsenale. Di più: ha creato falsi obiettivi per confondere in particolare l’intelligence indiana, la più interessata ai segreti bellici.
In realtà ancora oggi l’amministrazione di George W. Bush, pur di scongiurare lo spettro dell’intervento diretto, è obbligata a scommettere sulla sopravvivenza politica di Musharraf, sia pure avviato verso una transizione del potere, da un regime autocrate a uno più democratico. Le elezioni politiche di febbraio saranno il test più importante sempre che non avverranno nuovi sconvolgimenti e nuovi assassini di Stato.
Per non perdere l’appoggio occidentale l’ex generale, ora presidente con abiti civili su imposizione proprio della Bhutto, si presenta come il garante o, se si preferisce, il custode finale dell’arsenale nucleare. In piena notte, lo scorso 14 dicembre, due giorni prima della cessazione dello stato di emergenza, Musharraf ha emesso una direttiva che ristruttura il vertice del National command authority (Nca), ovvero l’organo politico-militare responsabile delle bombe pakistane. Fin dal febbraio 2000 il capo del Nca era il primo ministro. Da quella notte è il presidente, ovvero Musharraf, e il premier è solo il suo vice. Rimane invece invariata la composizione di 10 membri, fra cui i ministri degli esteri, delle finanze, della difesa e dell’interno, i tre capi delle forze armate e il direttore generale della Divisione piani strategici (Dps). Quest’ultimo personaggio è il più interessante, poco conosciuto all’estero, ma tenuto d’occhio da tutte le ambasciate di Islamabad. E’ il tenente generale Khalid Kidwai, considerato un fedelissimo di Musharraf, ma anche un ufficiale che ha consolidati legami con il Pentagono. “Se le cose dovessero peggiorare” dichiara a “Panorama” Daniel Markey, un ex funzionario del dipartimento di Stato specializzato nell’area sud-asiatica, “bisognerà fare affidamento solo sul generale Kidwai. L’organismo che guida è il più sicuro all’interno delle forze armate pakistane”.
In un recentissimo rapporto della Pakistan security research unity, fondata nel marzo del 2007 all’interno dell’università di Bradford, nel Regno Unito, Shaun Gregory, un professore di sicurezza internazionale, ha svelato per la prima volta il funzionamento e le procedure della Divisione piani strategici. “Panorama” ne ha ottenuto una copia. Fanno parte della Dps 8 mila militari ben selezionati e quasi tutti provenienti dal Punjab, la regione del Pakistan ritenuta la meno compromessa con il fanatismo religioso. Lo staff cambia ogni due anni per evitare pericoli di cospirazione. Tutti sono sottoposti a esami a sorpresa per individuare eventuali problemi personali, affiliazioni esterne, uso di droghe e deviazioni sessuali. Non è l’ambiguo Isi, ma una branca speciale dell’intelligence dell’esercito ad avere l’incarico di controllare il personale. Un’ulteriore procedura di salvaguardia prevede che le operazioni debbano sempre basarsi sulla decisione e la cooperazione di almeno due persone.
La sicurezza fisica degli impianti, dei bunker e dei laboratori è garantita da una serie di misure a raggi concentrici. Negli ultimi sette anni gli Stati Uniti hanno fornito aiuti militari in questo settore calcolati attorno ai 100 milioni di dollari sui 10 miliardi complessivi elargiti al Pakistan nell’ambito della guerra al terrorismo islamico. E’ anche con questi soldi che sono state costruite barriere a prova di camion-bomba e installati sensori anti-intrusione fra i più avanzati. Il secondo cerchio di protezione dei siti è affidato ai soldati armati come Robocop mentre il terzo è costituito dalla separazione fisica delle testate dai detonatori, fra posti diversi, ma non molto distanti. Più recentemente lo stesso generale Kidwai ha rivelato che il Pakistan ha introdotto un sistema di codici di autenticazione per la protezione delle bombe. Non è di certo quello in uso in America e conosciuto in gergo come il sistema Pal, che blocca elettronicamente le armi da un utilizzo non autorizzato usando una tecnologia simile a quella del bancomat. Ma è pur sempre un passo avanti, seppure rudimentale, per scongiurare accessi vietati.
Nonostante queste rigide regole di comando e di controllo, la conclusione del professor Gregory, condivisa oggi da quasi tutti gli esperti del settore, fra cui gli analisti del Congresso americano che hanno redatto un dossier il 14 novembre scorso, non è incoraggiante. “Le disposizioni adottate forniscono un alto grado di assicurazione contro la possibilità che le armi atomiche finiscano nelle mani di terroristi o di elementi rinnegati delle forze armate” ha scritto il docente inglese nella parte finale del suo interessante rapporto. “Ciononostante ci sono delle debolezze in ognuna delle aree esaminate. Se la situazione in Pakistan dovesse continuare a deteriorarsi la sicurezza delle armi nucleari potrebbe essere compromessa”.
Perché non si produce più petrolio
di Pino Buongiorno
Flash dal mondo del petrolio. A San Paolo del Brasile la compagnia statale Petrobras annuncia di aver scoperto un immenso giacimento di greggio a 7mila metri di profondità, nel bacino Santos, con un potenziale, tutto da verificare, di 33 miliardi di barili. Tanto quanto basterebbe per fare entrare il Brasile nel club dei 10 maggiori esportatori di energia al mondo.
Cambiamo continente ed andiamo in Africa. A Pointe Noire, in Congo, l’amministratore delegato dell’Eni Paolo Scaroni firma un accordo con il governo di Brazzaville per ricavare oli non convenzionali dallo sfruttamento delle sabbie bituminose in un’area di 1790 chilometri quadrati.
Mentre in una sola settimana accade tutto questo, a Parigi l’Agenzia internazionale dell’energia (Aie) fa trapelare i primi risultati-shock di una ricerca su 400 fra i megadepositi mondiali di oro nero. Gli esperti dell’Aie sono allarmisti perché prevedono che la futura offerta di petrolio si ridurrà notevolmente. Contro gli attuali 87 milioni di barili consumati ogni giorno ne occorrerebbero 116 milioni nel 2030 per sostenere la domanda mondiale, spinta soprattutto dalla crescita di Cina e India. Invece l’invecchiamento progressivo dei pozzi e la diminuzione degli investimenti produrranno non più di 100 milioni di barili.
L’ultimo flash è scattato a Washington, dove i deputati e i senatori mettono quotidianamente sulla griglia i boss di “Big Oil” (i quattro colossi mondiali del petrolio). Li accusano di realizzare profitti smisurati a scapito degli automobilisti e di spendere troppo poco per lo sviluppo di nuovi giacimenti e soprattutto per la ricerca di fonti di energia alternative. Il più bersagliato è il presidente e amministratore delegato di Exxon Mobil, Rex Tillerson, che l’anno scorso ha fatto conquistare alla sua multinazionale un record mai raggiunto nella storia del capitalismo: 40,6 miliardi di utili. Per nulla intimorito dalla contemporanea ribellione dei discendenti della famiglia Rockefeller, fra i maggiori azionisti, che chiedono “una svolta verde”, Tillerson contrattacca e punta l’indice contro lo stesso George W. Bush perché è andato a Riad a chiedere al monarca saudita di pompare più greggio quando invece avrebbe dovuto fare di più per aumentare la produzione in America, in particolare, al largo delle coste della Florida e della California.
“Siamo al momento della verità soprattutto per le compagnie petrolifere” spiega a “Panorama” Steve LeVine, uno dei principali analisti del settore, autore del bestseller “The Oil and the Glory”, dedicato al “Grande gioco” del petrolio nel Caucaso, che sarà presto pubblicato anche in Italia. “C’è in questo momento una grande ansia e contemporaneamente un certo entusiasmo per scoprire pozzi finora inesplorati e anche risorse non convenzionali, come il petrolio pesante del bacino dell’Orinoco in Venezuela e le sabbie bituminose della provincia di Alberta, in Canada, e del Congo. Ma la corsa vera e propria non è ancora scattata. Inizierà solo quando le compagnie capiranno a quali nuovi condizioni dovranno trattare con i grandi paesi produttori di petrolio e di gas naturale, come l’Arabia Saudita, il Brasile e la Russia”.
Di certo, spiegano gli esperti, stiamo pagando i 20 anni di benzina a basso costo che hanno frenato, se non bloccato del tutto, l’esplorazione e l’estrazione del petrolio, perché non ne valeva la pena. Oggi gli alti prezzi (con il petrolio che potrebbe raggiungere i 150 dollari al barile già quest’estate e i 200 dollari l’anno prossimo, secondo un recente rapporto di Goldman Sachs) dovrebbero spingere in senso contrario. Ma non è sempre così. E’ vero che l’Arabia Saudita ha promesso di investire 129 miliardi di dollari in progetti di espansione nei prossimi cinque anni, a cominciare dallo sfruttamento del campo petrolifero di Khurais, con l’obiettivo, già alla fine del prossimo anno, di aumentare la produzione quotidiana fino a 12 milioni di barili. Ma è altrettanto incontestabile il trend generale che si sta affermando fra i paesi produttori, i quali hanno il controllo del 90 per cento delle riserve mondiali: è il nazionalismo energetico. La Russia è in prima fila nel sostenere la necessità di mantenere alti i prezzi anche a costo di sacrificare le scoperte di nuovi giacimenti o di evitare il declino dei vecchi. E quando non sono le strategie politiche del Cremlino a dettare la politica energetica mondiale s’impongono le tensioni geopolitiche. Succede in Iraq, il secondo paese al mondo per riserve provate, dove le bande sunnite e sciite fanno a gara a bruciare i pozzi e a minare gli oleodotti. Accade in Iran, paralizzato dalle sanzioni internazionali per i progetti sulla bomba atomica. Per non parlare dalla Nigeria, infestata dalla guerriglia. Nel continente latino-americano è il Venezuela a non poter esprimere tutte le sue potenzialità a causa del “bolivarismo” di Hugo Chavez, che allontana i grandi investitori internazionali.
Quanto al restante 10 per cento gestito dalle ex sette sorelle, anche qui l’offerta non riesce a pareggiare la domanda. “L’esplorazione è certamente ripartita con grande vigore. Alcuni importanti successi sono già visibili in Africa e in Sud America” assicura a “Panorama” Claudio Descalzi, il vicedirettore generale della produzione di Eni. “Ma dobbiamo anche scontare la rigidità del sistema industriale: è limitata la disponibilità di piattaforme, di mezzi navali, di cantieri, di acciaierie e, non ultima, di personale specializzato”.
Tutto questo comporta un aumento vertiginoso dei costi per la costruzione dei nuovi impianti petroliferi e per la tecnologia necessaria finendo per ritardare quasi tutti i progetti più importanti., come Kashagan. Gli analisti del Cera, uno dei maggiori centri di ricerca del settore, hanno fatto un po’ di conti e sono arrivati alla conclusione che, “se nel 2000 un qualsiasi pezzo di equipaggiamento costava 100 dollari, oggi ne costa 210”.
In buona sostanza, almeno nel breve e nel medio periodo, la questione non è “la fine del petrolio”, ma la sua produzione largamente insufficiente. Per dirla con le parole di John Watson, uno dei capi di Chevron, “il problema dell’oro nero non è sotto la superficie, ma al di sopra”.
Flash dal mondo del petrolio. A San Paolo del Brasile la compagnia statale Petrobras annuncia di aver scoperto un immenso giacimento di greggio a 7mila metri di profondità, nel bacino Santos, con un potenziale, tutto da verificare, di 33 miliardi di barili. Tanto quanto basterebbe per fare entrare il Brasile nel club dei 10 maggiori esportatori di energia al mondo.
Cambiamo continente ed andiamo in Africa. A Pointe Noire, in Congo, l’amministratore delegato dell’Eni Paolo Scaroni firma un accordo con il governo di Brazzaville per ricavare oli non convenzionali dallo sfruttamento delle sabbie bituminose in un’area di 1790 chilometri quadrati.
Mentre in una sola settimana accade tutto questo, a Parigi l’Agenzia internazionale dell’energia (Aie) fa trapelare i primi risultati-shock di una ricerca su 400 fra i megadepositi mondiali di oro nero. Gli esperti dell’Aie sono allarmisti perché prevedono che la futura offerta di petrolio si ridurrà notevolmente. Contro gli attuali 87 milioni di barili consumati ogni giorno ne occorrerebbero 116 milioni nel 2030 per sostenere la domanda mondiale, spinta soprattutto dalla crescita di Cina e India. Invece l’invecchiamento progressivo dei pozzi e la diminuzione degli investimenti produrranno non più di 100 milioni di barili.
L’ultimo flash è scattato a Washington, dove i deputati e i senatori mettono quotidianamente sulla griglia i boss di “Big Oil” (i quattro colossi mondiali del petrolio). Li accusano di realizzare profitti smisurati a scapito degli automobilisti e di spendere troppo poco per lo sviluppo di nuovi giacimenti e soprattutto per la ricerca di fonti di energia alternative. Il più bersagliato è il presidente e amministratore delegato di Exxon Mobil, Rex Tillerson, che l’anno scorso ha fatto conquistare alla sua multinazionale un record mai raggiunto nella storia del capitalismo: 40,6 miliardi di utili. Per nulla intimorito dalla contemporanea ribellione dei discendenti della famiglia Rockefeller, fra i maggiori azionisti, che chiedono “una svolta verde”, Tillerson contrattacca e punta l’indice contro lo stesso George W. Bush perché è andato a Riad a chiedere al monarca saudita di pompare più greggio quando invece avrebbe dovuto fare di più per aumentare la produzione in America, in particolare, al largo delle coste della Florida e della California.
“Siamo al momento della verità soprattutto per le compagnie petrolifere” spiega a “Panorama” Steve LeVine, uno dei principali analisti del settore, autore del bestseller “The Oil and the Glory”, dedicato al “Grande gioco” del petrolio nel Caucaso, che sarà presto pubblicato anche in Italia. “C’è in questo momento una grande ansia e contemporaneamente un certo entusiasmo per scoprire pozzi finora inesplorati e anche risorse non convenzionali, come il petrolio pesante del bacino dell’Orinoco in Venezuela e le sabbie bituminose della provincia di Alberta, in Canada, e del Congo. Ma la corsa vera e propria non è ancora scattata. Inizierà solo quando le compagnie capiranno a quali nuovi condizioni dovranno trattare con i grandi paesi produttori di petrolio e di gas naturale, come l’Arabia Saudita, il Brasile e la Russia”.
Di certo, spiegano gli esperti, stiamo pagando i 20 anni di benzina a basso costo che hanno frenato, se non bloccato del tutto, l’esplorazione e l’estrazione del petrolio, perché non ne valeva la pena. Oggi gli alti prezzi (con il petrolio che potrebbe raggiungere i 150 dollari al barile già quest’estate e i 200 dollari l’anno prossimo, secondo un recente rapporto di Goldman Sachs) dovrebbero spingere in senso contrario. Ma non è sempre così. E’ vero che l’Arabia Saudita ha promesso di investire 129 miliardi di dollari in progetti di espansione nei prossimi cinque anni, a cominciare dallo sfruttamento del campo petrolifero di Khurais, con l’obiettivo, già alla fine del prossimo anno, di aumentare la produzione quotidiana fino a 12 milioni di barili. Ma è altrettanto incontestabile il trend generale che si sta affermando fra i paesi produttori, i quali hanno il controllo del 90 per cento delle riserve mondiali: è il nazionalismo energetico. La Russia è in prima fila nel sostenere la necessità di mantenere alti i prezzi anche a costo di sacrificare le scoperte di nuovi giacimenti o di evitare il declino dei vecchi. E quando non sono le strategie politiche del Cremlino a dettare la politica energetica mondiale s’impongono le tensioni geopolitiche. Succede in Iraq, il secondo paese al mondo per riserve provate, dove le bande sunnite e sciite fanno a gara a bruciare i pozzi e a minare gli oleodotti. Accade in Iran, paralizzato dalle sanzioni internazionali per i progetti sulla bomba atomica. Per non parlare dalla Nigeria, infestata dalla guerriglia. Nel continente latino-americano è il Venezuela a non poter esprimere tutte le sue potenzialità a causa del “bolivarismo” di Hugo Chavez, che allontana i grandi investitori internazionali.
Quanto al restante 10 per cento gestito dalle ex sette sorelle, anche qui l’offerta non riesce a pareggiare la domanda. “L’esplorazione è certamente ripartita con grande vigore. Alcuni importanti successi sono già visibili in Africa e in Sud America” assicura a “Panorama” Claudio Descalzi, il vicedirettore generale della produzione di Eni. “Ma dobbiamo anche scontare la rigidità del sistema industriale: è limitata la disponibilità di piattaforme, di mezzi navali, di cantieri, di acciaierie e, non ultima, di personale specializzato”.
Tutto questo comporta un aumento vertiginoso dei costi per la costruzione dei nuovi impianti petroliferi e per la tecnologia necessaria finendo per ritardare quasi tutti i progetti più importanti., come Kashagan. Gli analisti del Cera, uno dei maggiori centri di ricerca del settore, hanno fatto un po’ di conti e sono arrivati alla conclusione che, “se nel 2000 un qualsiasi pezzo di equipaggiamento costava 100 dollari, oggi ne costa 210”.
In buona sostanza, almeno nel breve e nel medio periodo, la questione non è “la fine del petrolio”, ma la sua produzione largamente insufficiente. Per dirla con le parole di John Watson, uno dei capi di Chevron, “il problema dell’oro nero non è sotto la superficie, ma al di sopra”.
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