di Pino Buongiorno
Lo aveva promesso in un comizio solo pochi giorni prima di essere assassinata a Rawalpindi, il 27 dicembre scorso: se lei, Benazir Bhutto, fosse diventata primo ministro gli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) avrebbero avuto finalmente libero accesso allo scienziato A.Q. Khan, il padre della bomba atomica islamica e il capo di una rete clandestina di proliferazione, che ha fornito tecnologie e segreti alla Corea del Nord, all’Iran e alla Libia. Il presidente Pervez Musharraf ha sempre sbarrato a qualsiasi investigatore internazionale le porte della villa dove l’eroe nazionale è formalmente agli arresti domiciliari. I complici di Khan nell’apparato militare e nei servizi segreti pakistani (Isi) non sono così mai stati identificati. Anzi, con tutta probabilità, hanno continuato a vendere tecnologia sensibile sul mercato nero dell’atomo applicato a scopi bellici.
Fra le tante cause che hanno spinto i mandanti e i sicari a eliminare dalla scena politica, a soli 54 anni, la scomoda Bhutto c’è anche questa del contrabbando nucleare. Lei premier non solo avrebbe cercato di rescindere i legami pluriennali fra i talebani e i vertici religiosi, politici e finanziari di Al Qaeda con alcuni ufficiali dell’esercito e dell’Isi. Sarebbe andata più in là, fino a intaccare il più segreto dei tanti segreti che avvolgono il nucleare in Pakistan.
Ora che la Bhutto non c’è più sono in tanti fra gli esponenti più radicali delle forze armate, quelli con la lunga barba che considerano i jihadisti “i nostri bravi ragazzi”, a tirare un sospiro di sollievo. Ma nella comunità internazionale sono ancora di più coloro che tremano (e pregano) per la salvaguardia delle testate atomiche pakistane. L’intelligence del Pentagono calcola che sarebbero una sessantina gli ordigni nascosti nei sei bunker accertati (ma sono probabilmente il doppio), tutti perfettamente funzionanti e tutti in grado di essere sganciati da bombardieri F-16s e da missili balistici Ghauri e Shaheen.
Un Pakistan senza le garanzie democratiche fornite ai governi occidentali da Benazir Bhutto; un Pakistan dove la popolarità di Musharraf è ai minimi termini e i complotti contro di lui si intensificano; un Pakistan dove Al Qaeda ha avuto modo di rinnovarsi e di rafforzarsi fino a lanciare l’attacco finale per creare a Islamabad un nuovo “emirato islamico” (simile a quello dell’Afghanistan prima dell’11 settembre); ecco un Pakistan così diventa la minaccia più consistente all’ordine mondiale.
Fonti qualificate del Pentagono hanno rivelato a “Panorama” che già all’indomani dell’omicidio di Benazir Bhutto, vale a dire il 28 dicembre, i pianificatori della cellula speciale sull’Asia meridionale hanno ricevuto l’ordine di rivedere “i piani di contingenza” per prevenire che gli estremisti islamici possano impossessarsi delle bombe atomiche. Gli scenari presi in considerazione sono tre. Il primo è quello dell’attacco di una cellula di Al Qaeda a un’installazione nucleare, come il laboratorio intitolato ad A. Q. Khan, a Kahuta, non lontano dalla capitale. Il secondo scenario è quello della ribellione di una fazione fondamentalista dell’esercito e dell’Isi, che potrebbe impadronirsi di un ordigno o addirittura tentare un golpe alleandosi con i gruppi fondamentalisti islamici. La terza ipotesi, considerata la più probabile, vedrebbe entrare in azione i complici occulti di Khan che, approfittando del caos politico, potrebbero vendere a suon di miliardi di dollari tecnologie militari al miglior offerente. Per ognuno di questi scenari il Pentagono sostiene di avere messo a punto le opportune contromisure fino all’impiego delle truppe speciali, già dislocate in Afghanistan, assieme agli scienziati del Nuclear emergency search team (Nest). Hanno ricevuto l’incarico, a seconda delle circostanze, di distruggere gli impianti oppure di prendere il controllo dei siti oppure di tentare di disinnescare le bombe atomiche rendendole inutilizzabili.
E’ il piano estremo e anche il più problematico anche perché Musharraf non ha mai voluto rivelare la dislocazione del proprio arsenale. Di più: ha creato falsi obiettivi per confondere in particolare l’intelligence indiana, la più interessata ai segreti bellici.
In realtà ancora oggi l’amministrazione di George W. Bush, pur di scongiurare lo spettro dell’intervento diretto, è obbligata a scommettere sulla sopravvivenza politica di Musharraf, sia pure avviato verso una transizione del potere, da un regime autocrate a uno più democratico. Le elezioni politiche di febbraio saranno il test più importante sempre che non avverranno nuovi sconvolgimenti e nuovi assassini di Stato.
Per non perdere l’appoggio occidentale l’ex generale, ora presidente con abiti civili su imposizione proprio della Bhutto, si presenta come il garante o, se si preferisce, il custode finale dell’arsenale nucleare. In piena notte, lo scorso 14 dicembre, due giorni prima della cessazione dello stato di emergenza, Musharraf ha emesso una direttiva che ristruttura il vertice del National command authority (Nca), ovvero l’organo politico-militare responsabile delle bombe pakistane. Fin dal febbraio 2000 il capo del Nca era il primo ministro. Da quella notte è il presidente, ovvero Musharraf, e il premier è solo il suo vice. Rimane invece invariata la composizione di 10 membri, fra cui i ministri degli esteri, delle finanze, della difesa e dell’interno, i tre capi delle forze armate e il direttore generale della Divisione piani strategici (Dps). Quest’ultimo personaggio è il più interessante, poco conosciuto all’estero, ma tenuto d’occhio da tutte le ambasciate di Islamabad. E’ il tenente generale Khalid Kidwai, considerato un fedelissimo di Musharraf, ma anche un ufficiale che ha consolidati legami con il Pentagono. “Se le cose dovessero peggiorare” dichiara a “Panorama” Daniel Markey, un ex funzionario del dipartimento di Stato specializzato nell’area sud-asiatica, “bisognerà fare affidamento solo sul generale Kidwai. L’organismo che guida è il più sicuro all’interno delle forze armate pakistane”.
In un recentissimo rapporto della Pakistan security research unity, fondata nel marzo del 2007 all’interno dell’università di Bradford, nel Regno Unito, Shaun Gregory, un professore di sicurezza internazionale, ha svelato per la prima volta il funzionamento e le procedure della Divisione piani strategici. “Panorama” ne ha ottenuto una copia. Fanno parte della Dps 8 mila militari ben selezionati e quasi tutti provenienti dal Punjab, la regione del Pakistan ritenuta la meno compromessa con il fanatismo religioso. Lo staff cambia ogni due anni per evitare pericoli di cospirazione. Tutti sono sottoposti a esami a sorpresa per individuare eventuali problemi personali, affiliazioni esterne, uso di droghe e deviazioni sessuali. Non è l’ambiguo Isi, ma una branca speciale dell’intelligence dell’esercito ad avere l’incarico di controllare il personale. Un’ulteriore procedura di salvaguardia prevede che le operazioni debbano sempre basarsi sulla decisione e la cooperazione di almeno due persone.
La sicurezza fisica degli impianti, dei bunker e dei laboratori è garantita da una serie di misure a raggi concentrici. Negli ultimi sette anni gli Stati Uniti hanno fornito aiuti militari in questo settore calcolati attorno ai 100 milioni di dollari sui 10 miliardi complessivi elargiti al Pakistan nell’ambito della guerra al terrorismo islamico. E’ anche con questi soldi che sono state costruite barriere a prova di camion-bomba e installati sensori anti-intrusione fra i più avanzati. Il secondo cerchio di protezione dei siti è affidato ai soldati armati come Robocop mentre il terzo è costituito dalla separazione fisica delle testate dai detonatori, fra posti diversi, ma non molto distanti. Più recentemente lo stesso generale Kidwai ha rivelato che il Pakistan ha introdotto un sistema di codici di autenticazione per la protezione delle bombe. Non è di certo quello in uso in America e conosciuto in gergo come il sistema Pal, che blocca elettronicamente le armi da un utilizzo non autorizzato usando una tecnologia simile a quella del bancomat. Ma è pur sempre un passo avanti, seppure rudimentale, per scongiurare accessi vietati.
Nonostante queste rigide regole di comando e di controllo, la conclusione del professor Gregory, condivisa oggi da quasi tutti gli esperti del settore, fra cui gli analisti del Congresso americano che hanno redatto un dossier il 14 novembre scorso, non è incoraggiante. “Le disposizioni adottate forniscono un alto grado di assicurazione contro la possibilità che le armi atomiche finiscano nelle mani di terroristi o di elementi rinnegati delle forze armate” ha scritto il docente inglese nella parte finale del suo interessante rapporto. “Ciononostante ci sono delle debolezze in ognuna delle aree esaminate. Se la situazione in Pakistan dovesse continuare a deteriorarsi la sicurezza delle armi nucleari potrebbe essere compromessa”.
Nessun commento:
Posta un commento